Senegal | Il “coronavirage” di Macky Sall

di Stefania Ragusa
macky sall
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Con zero decessi, pochissimi contagi e un discorso presidenziale marcato da una nota citazione di De Gaulle, “l’heure est grave”, il 23 marzo il Senegal è stato il primo paese africano a dichiarare lo stato d’emergenza. Le prime misure restrittive risalivano in verità al 13 marzo. Questa rapida reazione è stata considerata un fattore determinante nel contenimento della pandemia.
A due mesi di distanza e con numeri molto diversi (i morti sono diventati 19, il contagio comunitario è in crescita e 1995 sono i casi accertati), Dakar ha deciso però di cambiare passo. A sorpresa infatti lunedì sera, il presidente Macky Sall ha parlato alla nazione (il discorso era atteso per il giorno successivo) affermando la necessità di «imparare a vivere col virus» e annunciando un significativo alleggerimento delle limitazioni alla circolazione e alla vita economica.
In concreto: ripresa delle attività negli uffici e nei mercati, riapertura delle scuole, a partire dal 2 giugno, anche se solo per gli studenti che devono sostenere gli esami di fine ciclo, riapertura delle moschee e dei luoghi di culto, riduzione della durata del coprifuoco, che comincerà adesso un’ora più tardi (alle 21) e finirà un’ora prima (alle 5).
Un liberi tutti? Non proprio, e non solo perché le frontiere restano chiuse. La vita col virus implicherà rispetto rigido delle distanze sociali, l’obbligo di portare la mascherina e l’osservazione scrupolosa delle regole di igiene e delle pratiche di sanificazione. In altre parole, la prosecuzione delle norme comportamentali imposte sino ad ora. Tutte regole che il califfo generale di Touba, la città santa della confraternita Mourid, che in Senegal conta il maggior numero di adepti, ha immediatamente introdotto nel regolamento d’accesso alla moschee. I capi religiosi islamici hanno accolto la svolta con soddisfazione: d’altra parte sono stati loro i principali agenti di pressione. Le chiese cattoliche invece resteranno per il momento chiuse.
Un’altra novità riguarda il rimpatrio delle salme dei senegalesi deceduti all’estero nel corso della pandemia. Per ragioni di sicurezza, il governo aveva deciso di non farle rientrare, offrendosi di sostenere le spese per le esequie e l’acquisto dello spazio destinato alla sepoltura. La cosa aveva suscitato proteste e disappunto. Ma adesso il rientro sarà possibile.
Il discorso del presidente ha spiazzato tutti e diviso l’opinione pubblica. C’è chi lo ha visto come una una dichairazione di debolezza e sottomissione nei confronti della Francia, che ha molti interessi economici in Senegal, ma soprattutto verso i capi religiosi. Touba e Léona Niassene, città santa della Tijaniyya, altra potente confraternita, avevano già dato segni di insofferenza, non accettando più le restrizioni imposte al culto durante il periodo del Ramadan. Il rischio era che singoli imam, sfidando il governo, chiamassero i fedeli alla preghiera. Non a caso su Le Quotidien di ieri si poteva leggere: «La Repubblica sta crollando sotto il peso dei religiosi. È un cattivo segnale inviato ai senegalesi, una buona parte dei quali avrà l’impressione che la malattia sia stata superata e che si possa ragionevolmente abbassare la guardia». Mentre l’Observateur, il quotidiano più letto nel paese, titolava ironicamente Coronavirage.

C’è però anche chi, al netto dalle preoccupazioni, pensa che la scelta sia stata responsabile, coerente con il percorso fatto fino a qua, e in un certo senso obbligata dalle difficoltà che stanno incontrando le fasce sociali più fragili. «Se dichiarare l’emergenza e chiudere è stato un passaggio coraggioso e necessario all’inizio, quando non si aveva idea di cosa sarebbe accaduto, con il quadro più chiaro di cui disponiamo oggi la coerenza chiede che siano operate altre scelte, più adatte alla situazione economica e sociale del Paese», ci ha detto un medico europeo residente a Dakar da parecchi anni. «Abbiamo registrato tassi di guarigione molto alti, tutto sommato pochi decessi e il sistema sanitario ha dimostrato di essere in grado di reggere. Abbiamo visto però anche che molte persone sono in grande sofferenza perché non riescono più a procurarsi il necessario per vivere, altre stanno perdendo tutto. E la malattia, ormai è noto, ci accompagnerà ancora a lungo».
La consapevolezza che il lockdown all’europea non si adatti alla realtà africana si ritrova d’altra parte anche dietro le scelte di riapertura di paesi come Sudafrica, Ghana, Nigeria. «La preoccupazione c’è», conclude il nostro interlocutore. «Ma a questo punto bisogna confidare nel senso di responsabilità acquisito dalla popolazione in questi mesi. Anche da questo punto di vista è stato fatto un buon lavoro».
Tutto vero, ma il momento scelto per sterzare – mentre i contagi crescono e subito dopo l’intervento di uno dei più potenti capi religiosi – non è stato politicamente felice. Non è un caso che le opposizioni, che fino ad ora avevano appoggiato la linea presidenziale, si siano risvegliate. E che del malumore si stia registrando anche nell’entourage di Macky Sall. Il supporto delle confraternite formalmente non è più in discussione, ma sui quotidiani e i siti di informazione è tutto un fiorire di dichiarazioni contro e prese di distanza. Per chi conosce le regole non scritte della politica senegalese, tutto questo non è insignificante.

(Stefania Ragusa)

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