Patrimonio culturale immateriale | Il posto dell’Africa

di Pier Maria Mazzola
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Una tribuna di legno stracolma di persone, prospiciente il Bagno di Fasilides a Gondar, dove i fedeli si immergono in memoria del battesimo di Cristo nel Giordano: si è improvvisamente sfasciata, lunedì 20 gennaio, causando dieci vittime e numerosi feriti, alcuni in gravi condizioni. Per gli ortodossi della Chiesa Tewahedo era la grande solennità di Timkat, il battesimo di Gesù, che attira ogni anno centinaia di migliaia di pellegrini nella città dell’Amhara ricca di storia. Si trovava sul posto anche la presidente Sahle-Work Zewde, che nel suo intervento aveva esortato i giovani ad assumersi la responsabilità di preservare il patrimonio culturale del Paese.

Il tragico incidente ha suo malgrado richiamato l’attenzione sul fatto che il Timkat – o “Epifania etiope” – è stato dichiarato nel dicembre scorso dall’Unesco “patrimonio culturale immateriale”, il quarto nella lista etiopica dopo il Meskel (commemorazione dell’Invenzione della Croce da parte di Elena, madre dell’imperatore Costantino), il Gada (il sistema di governance tradizionale degli Oromo) e il Fichee-Chambalala (il Capodanno dei Sidamo).

Ma che cosa s’intende per “patrimonio culturale immateriale”? L’espressione è abbastanza intuitiva, l’Unesco in ogni caso precisa che le tradizioni orali, le arti dello spettacolo, le pratiche sociali, il know-how dell’artigianato, eccetera, possono essere considerati “patrimonio culturale” allorché siano espressioni tradizionali, contemporanee e vive al tempo stesso; inclusive (stimolano un sentimento di identità e di responsabilità in rapporto alla comunità e alla società); rappresentative (non tanto perché beni culturali di valore eccezionale quanto per il loro radicamento nella comunità); fondate sulle comunità: nessuno può decidere al posto di una comunità cosa sia patrimonio culturale.

in questo lavoro di redazione di una lista sempre aperta, ufficialmente cominciato in seguito a due apposite Convenzioni, datate 2003 e 2005, l’Africa è per l’Unesco un’esplicita priorità, anche se allo stato attuale non appare come la regione del mondo numericamente più rappresentata: 54 «elementi» per l’Africa subsahariana sui 549 al momento elencati e distribuiti su 127 Paesi del mondo. In realtà la classificazione per «gruppi» non corrisponde esattamente a quella per continenti geografici, e ci sono elementi che ritornano in più Paesi per evidenti ragioni di continuità culturale.

Ci limitiamo qui a segnalare, quasi a casaccio, alcune delle espressioni culturali repertoriate. In Algeria, la misurazione delle acque delle foggara, i sistemi di captazione d’acqua e irrigazione in ambiente desertico. In Botswana, il dikopelo, musica dei Bakgatla ba Kgafela. In Gambia e Senegal (Casamance), il rito d’iniziazione mandingo kankurang. In Niger, le pratiche e le espressioni della parentela per scherzo. E in Nigeria, le rappresentazioni teatrali kwagh-hir, radicate nei racconti dell’etnia tiv e visivamente esuberanti. Per il Sudan – ma vale per praticamente tutto il Nord Africa nonché la penisola arabica e fino alla Giordania – l’Unesco ha “salvato” le conoscenze, tradizioni e pratiche legate alla palma da datteri, una vera fonte di vita.

E poi… E poi, per i più curiosi o appassionati non rimane che consultare tutto un sito dedicato: è sufficiente cercare Intangible cultural heritage. O recarsi direttamente sul posto.

Foto (© Direction du patrimoine culturel): “Gnaoua della città”. Lo gnaoua è una musica che anima un complesso rituale, presente in Marocco, il quale include pratiche africane ancestrali. La cultura gnaoua nasce nel mondo della schiavitù e della tratta nel XVI secolo

(Pier Maria Mazzola)

 

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