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Edizione del 27/09/2026

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Rivista Africa
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unesco

    NATURANEWS

    Cosa ci dicono le scelte dei nuovi siti Unesco africani

    di Tommaso Meo 31 Agosto 2026
    Scritto da Tommaso Meo

    Dal Sud Sudan alle Comore, fino a Tunisia e São Tomé: una mappa tra tutela della biodiversità, patrimonio culturale e memoria storica

    di Mario Ghirardi

    Isole Comore, São Tomé e Príncipe, le steppe del Sud Sudan e il borgo tunisino di Sidi Bou Saïd: sono i luoghi promossi nell’ultima sessione estiva dell’Unesco per l’ingresso nella lista del Patrimonio dell’Umanità.

    Il traguardo 2026 è il risultato di candidature complesse che richiedono monitoraggi spesso decennali. Il bilancio 2026 per l’Africa include ufficialmente cinque siti, ma solo perché è stato reinserito a pieno titolo il Parco Nazionale della Garamba, nella Repubblica Democratica del Congo. Uno degli ultimi grandi ecosistemi di foresta e savana dell’Africa centrale, il Garamba era stato finora inserito nella lista dei siti in pericolo a causa del bracconaggio sistematico e dell’estrazione mineraria abusiva; il riconoscimento attuale ne premia i progressi nella tutela ambientale.

    Le steppe del Sud Sudan

    È rimasta invece esclusa l’Etiopia, che proponeva i monasteri delle isole del Lago Tana e le zone umide circostanti. Al suo posto è entrato il paesaggio migratorio di Boma-Bandingilo, nel Sud Sudan, che ospita la più grande migrazione di antilopi al mondo: oltre sei milioni di gazzelle (kob dalle orecchie bianche, tiang e gazzelle di Mongalla) in movimento tra il confine etiope e il Nilo Bianco. Una rotta meno nota al grande pubblico rispetto a quella del Serengeti, ma fondamentale per l’ecosistema regionale. L’inserimento evidenzia una duplice urgenza: l’area è stata contestualmente classificata come «in pericolo» a causa dell’instabilità politica, del bracconaggio e della recente costruzione di infrastrutture stradali e urbane che frammentano i corridoi faunistici.

    Di tutt’altra natura la scelta di Sidi Bou Saïd, in Tunisia. Il borgo scogliero — noto per il netto contrasto tra il bianco della calce e il blu di porte e infissi — deve la sua notorietà moderna al passaggio di artisti come Paul Klee e Henri Matisse, ma le sue radici risalgono al XIII secolo con il santuario del sufi Abu Said Al Baji. L’impianto urbanistico attuale riflette l’opera di conservazione avviata un secolo fa dal barone Rodolphe d’Erlanger. L’ingresso nel Patrimonio Unesco intende tutelare il fragile suolo esposto all’erosione costiera e rafforzare il rilancio turistico-culturale della Tunisia, che si affianca alla riapertura del Museo di Cartagine e del Museo del Bardo a Tunisi.

    Sidi Bou Said

    L’edizione 2026 segna anche l’ingresso tra i siti tutelati dall’Unesco di due piccoli stati insulari: le Comore e São Tomé e Príncipe.

    Le Comore, tre isole vulcaniche nell’Oceano Indiano, sono state per secoli uno snodo tra Africa ed Asia lungo le rotte delle spezie e della tratta degli schiavi. L’Unesco ha voluto valorizzare un patrimonio urbano unico, frutto della stratificazione tra la cultura swahili, i sei sultanati storici di matrice arabo-persiana e il periodo coloniale francese. L’impianto delle medine, come quella di Mutsamudu, e l’architettura in pietra corallina con porte in legno finemente intagliate testimoniano questa secolare sintesi culturale.

    Sull’Atlantico, São Tomé e Príncipe presenta invece le tracce del sistema economico coloniale portoghese basato sulle roças, le grandi piantagioni di cacao e caffè di fine Ottocento. Il riconoscimento riguarda la struttura di questi complessi agrari: le dimore padronali (roceiros) edificate in posizione dominante, le strutture sanitarie e i senzalas, i lunghi dormitori destinati al lavoro forzato dei braccianti. Oltre a costituire una testimonianza storica della presenza coloniale europea e delle sue dinamiche produttive, le piantagioni sono oggi integrate nel paesaggio equatoriale e vulcanico dell’isola.

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    31 Agosto 2026 0 commentI
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