Il Niger ha ufficialmente depositato la sua richiesta di ritiro dalla Corte penale internazionale (Cpi) che sarà effettiva il 18 giugno 2027. La notizia è contenuta in un comunicato delle Nazioni Unite, in cui è il Segretario generale dell’Onu ad annunciare la decisione di Niamey.
Il Paese del Sahel ha motivato la scelta di ritirarsi spiegando che «mentre la Corte ha suscitato grandi speranze tra le persone che tengono alla pace e alla giustizia, è stata mal usata e sfruttata».
Istituita dallo Statuto di Roma nel 1998 ed entrata in attività nel 2002 a l’Aia, nei Paesi Bassi, la Corte penale internazionale è un tribunale permanente che indaga e persegue persone sospettate di aver commesso crimini di genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e (dal 2018) il crimine di aggressione, nei casi in cui le autorità nazionali siano incapaci o non propense ad agire in maniera indipendente.
La scelta di aderire alla Cpi comporta una parziale cessione di sovranità, perché il Paese si impegna ad arrestare e consegnare chiunque sia colpito da un mandato di cattura internazionale, qualora mettesse piede sul suo suolo. In ogni caso la Corte si attiva come «ultima spiaggia», ossia solo se i tribunali nazionali non vogliono o non sono in grado di celebrare un giusto processo. Al contrario, decidere di rimanere fuori dalla Cpi – come hanno fatto già Stati Uniti, Cina e Russia, tra gli altri – serve a blindare la propria leadership politica e militare da qualsiasi interferenza giudiziaria esterna.
La Corte è stata più volte in passato criticata dai Paesi africani secondo i quali i mandati di arresto della Cpi hanno colpito in modo sproporzionato leader del continente.



