Nella casa dell’interprete, di Ngũgĩ wa Thiong’o

di Matteo Merletto
Nella casa dell'interprete

Dopo Sogni in tempi di guerra, lo scrittore keniano – tra i più lucidi e “storici” del continente (anche se è “appena” ottantunenne) – ci porge il secondo capitolo della sua autobiografia. Si tratta dei decisivi cinque anni di college, istituto ovviamente coloniale britannico, e comunque uno dei più prestigiosi del Paese, durante i quali il giovane “James” matura, a contatto con i compagni, con i professori – bianchi ma anche qualcuno africano –, con la storia che ribolle attorno (sono gli anni dei Mau Mau) e tocca da molto vicino la sua famiglia, con gli interrogativi filosofici e anche teologici, con le grandi letture (da Emily Brontë a Tolstoj).

«Non prestano attenzione alle mie parole, per cui torno a cantare Freedom, oh freedom. Ora mi ascoltano e cantano in coro…». Gli anni di formazione sono culminati in un’esperienza di detenzione: «Non sapevo che questo calvario sarebbe stato la prova generale di altri a venire. Ma questa è un’altra storia, in un altro luogo, in un altro tempo. Nulla offuscherà mai la gloria dell’ora in cui sono stato di nuovo libero o diminuirà la mia sete di libertà, il cui valore sono giunto ad amare ancora di più». Una storia particolare che, come sempre sotto la penna dei grandi scrittori, diventa corale e premonitrice.

Calabuig, 2019, pp. 233, € 20,00

(Pier Maria Mazzola)

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