Mali, una guerra giusta?

di AFRICA

di Raffaele Masto

L’editoriale del numero di marzo-aprile della rivista

Mappa del MaliPersonalmente – ma mi sento di parlare per tutta la redazione – sono contro la guerra: non risolve i problemi, spesso produce una risposta analoga e poi rappresenta la sconfitta della ragione umana che, incapace di risolvere i problemi in altro modo, si abbandona – anzi, si arrende – alla violenza. Ho però approvato l’intervento francese in Mali. Avrei dovuto essere contrario, perché anche quella è guerra: provoca morti, militari e civili; produce profughi e sfollati, considerati freddamente e cinicamente una variabile del conflitto e annulla qualsiasi possibilità di affrontare la situazione con la ragione e la trattativa.

La mia non è stata una reazione emotiva. L’alternativa, cioè l’arrivo a Bamako degli jihadisti e il controllo da parte loro del nord del Mali, mi sembrava una soluzione peggiore della guerra, anche di un intervento della Francia che, come sa bene chi segue le vicende del continente, non interviene mai in Africa se non ha un tornaconto, a volte inconfessabile. Mi rendo conto che considerare la guerra in Mali un’eccezione apre la strada ad altre eccezioni; ma credo che la posizione intransigente a favore della pace, sempre e in ogni occasione, sia una risposta semplice ad un problema complesso.

In altre parole, sono convinto che, se non vi sono alternative alla guerra, è perché non si sono affrontati e risolti i problemi che, in ultima analisi, sono le cause profonde del conflitto. Nel caso del Mali la guerra nasce dall’irrisolta questione dei Tuareg. Un popolo abbandonato dai colonialisti che hanno tracciato i confini dei Paesi della regione; un popolo privato della propria economia gravemente danneggiata da quelle frontiere; un popolo mai integrato nella vita politica non solo del Mali, ma anche del vicino Niger; un popolo per il quale non sono mai state costruite scuole e ospedali. E non solo: un popolo che spesso è stato usato per altri interessi oppure da potenze, lobby economiche o faccendieri esterni interessati alle ricchezze del sottosuolo, come è avvenuto per l’uranio del Niger.

Anche in questa occasione i Tuareg, di religione islamica ma fondamentalmente laici e lontanissimi da qualunque forma di intolleranza religiosa, sono stati usati da gruppi totalmente estranei alla cultura e alle tradizioni locali i quali, sfruttando il loro malcontento, si sono creati un humus adatto a piantare le loro radici in un deserto immenso e remoto, adatto a nascondere basi e traffici come quello del contrabbando di sigarette, della droga, delle armi, dei sequestri e dei migranti.

Ecco allora che l’intervento della Francia ha sventato il pericolo. Ma i problemi sono ancora tutti irrisolti. In questo contesto, un modo per essere veramente pacifisti è quello di lavorare perché la questione tuareg sia affrontata e risolta. Allora avremo sventato altre guerre e potremo ancora viaggiare in un Paese variegato, ricco di culture e di popoli, un Paese musicale e colorato che ha rischiato di diventare grigio e nero, del colore degli integralisti.

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