La Liberia dice no agli omicidi rituali

di Enrico Casale
ritual killings
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Tra marzo e aprile 2021 il presidente liberiano George Weah ha dovuto imporre il coprifuoco nella contea di Maryland, nel sud-est della Liberia, per contenere le vaste proteste popolari, soprattutto femminili, volte a denunciare e chiedere giustizia per le decine di omicidi rituali registrati negli ultimi mesi nella contea. La paura delle persone di sparire nel nulla per finire smembrate ha tracimato in violentissime proteste, che hanno anche portato all’evasione di decine di detenuti dalla prigione locale.

Nel luglio 1977 il quotidiano liberiano The Liberian Age pubblicava un editoriale in cui si commentava l’arresto dell’ex-sovrintendente della contea del Maryland, James Daniel Anderson, licenziato pochi giorni prima dall’allora Presidente della Repubblica William Tolbert perché accusato, con altre dieci persone, di omicidio. “Per troppo tempo i cittadini del Maryland hanno vissuto in stato d’agitazione. Più di 100 persone sono state assassinate in quella contea tra il 1965 e il 1977”, si legge nell’editoriale.

Proprio in quei giorni in Liberia cominciava a cadere il velo di omertà coprente una piaga che ancora oggi affligge la contea del Maryland, al confine con la Costa d’Avorio: gli omicidi rituali, una minaccia quotidiana per gli abitanti. Il 16 luglio 1977 Tolbert ordinò 5 giorni di preghiere e digiuno in tutta la Liberia per chiedere che dall’Alto qualcuno aiutasse le autorità a ritrovare 14 persone scomparse in quella contea nel novembre 1976 e mai più ritrovate. Un aiuto che non è mai arrivato, un’invocazione che ha le stesse caratteristiche culturali degli omicidi rituali.

Tra gli anni Sessanta e Settanta in Liberia centinaia, forse migliaia, di persone sono scomparse nel nulla per non ricomparire più. Nei rari casi in cui venivano ritrovate la sorte era per tutti la stessa: mutilati e uccisi. Dai giornali liberiani dell’epoca è possibile risalire a due storie: una è quella di Simon Toe, un ragazzo di Grand Cess scomparso nel 1977, due giorni dopo il suo arrivo ad Harper, la capitale della contea. Il suo corpo fu ritrovato diversi giorni dopo sulla spiaggia, mutilato e sventrato. Un’altra, più emblematica perché gli assassini furono scoperti, è quella di Moses Tweh. Era un cantante e un pescatore e fu rapito il 26 giugno 1977 e ritrovato cadavere una settimana dopo, il 3 luglio, mutilato di occhi, orecchie, naso, ascelle, testicoli e lingua. Per la brutale morte di Tweh furono arrestati in 12, tra cui il succitato ex-sovrintendente della contea del Maryland, e presidente della sezione locale del True Whig Party, James Daniel Anderson. Con lui furono arrestati anche altri personaggi di spicco: Allen Yancy, membro della Camera dei rappresentanti, Francis Nyepan, assistente supervisore scolastico, Philip Seyton, ispettore capo del ministero del Commercio, Joshua Brown, capo della sicurezza della Liberia Sugar Company, Teah Toby, governatore di Kru.

Gli arrestati ammisero, durante gli interrogatori e al processo, di aver rapito, ucciso e mutilato il ragazzo a scopo di juju: effettuare un rituale mistico al fine di ottenere nuovi incarichi pubblici e posizioni di potere nel governo. Nelle testimonianze ognuno degli arrestati ha dato le proprie ragioni per il rito: sostituire un rivale al seggio parlamentare, fare carriera, venire nominato ambasciatore. Una brutalità dettata né dall’ignoranza né dalla bassa estrazione sociale ma unicamente dalla bramosia di potere. Nell’omicidio di Tweh a sporcarsi le mani furono altri: dopo il rapimento il ragazzo fu sequestrato per tre giorni a casa di Francis Nyepan (che da studente aveva conseguito un master alla Howard University, negli Stati Uniti), trasferito a casa di Yancy su una jeep del governo e lì fatto a pezzi nel cortile dalla servitù del deputato: il suo tuttofare, il capo-cuoco (indicato come il sacerdote del rito) e la cuoca. Alcune mutilazioni avvennero quando Tweh era ancora vivo e i pezzi del suo corpo furono distribuiti in modo preciso ai membri del gruppo, a seconda delle necessità.

Queste vicende raccontano il ruolo delle società segrete nella gestione del potere politico, un retaggio culturale importato dagli Stati Uniti dagli ex-schiavi che fondarono la Liberia nel 1847: la fondazione del paese fu finanziata da gruppi filantropici e religiosi americani, ma anche dalla cooperazione non-ufficiale di Washington. La Repubblica liberiana fu fondata dalla American Colonization Society, che dal 1821 iniziò a trasferire in Africa un numero crescente di ex-schiavi. Tra questi vi erano anche massoni provenienti dalle logge massoniche nere fondate da Prince Hall e tra i presidenti e vicepresidenti liberiani è raro non trovare massoni. Gli stati americani del Maryland e della Virginia sostennero finanziariamente il progetto di ritorno e gli ex-schiavi si riferivano a loro stessi come “americani”, e come tali erano riconosciuti dalle autorità coloniali britanniche della vicina Sierra Leone, con costumi e standard culturali tipici del sud degli Stati Uniti, ragion per cui i coloni neri si consideravano una minoranza civilizzata con il diritto di dominare la maggioranza autoctona, considerata inferiore. Retaggi culturali tuttora presenti e fortissimi.

Negli anni Ottanta del Novecento, durante le due guerre civili e nel corso della terribile epidemia di Ebola terminata nel 2017, non vi sono notizie di omicidi rituali nel Maryland, ma in quei decenni di caos, violenza e distruzione è impossibile affidarsi alle cronache e agli archivi ufficiali, quando si trovano. Durante la guerra civile 1989-97 molti miliziani e giornalisti locali usavano parole come stregoneria, magia, juju, voodoo o scienza africana per descrivere alcuni riti e alcune tecniche di difesa ed offesa usate dai combattenti e radicate più nelle tradizioni locali che nella cristianità o nell’Islam. Dal 6 aprile 1996 Monrovia divenne teatro di una delle battaglie più sanguinose mai viste in Africa occidentale, messa in atto da sei diverse fazioni armate pronte al massacro. In migliaia, nel giro di pochi mesi, persero la vita e la città fu quasi completamente distrutta. Due delle fazioni più forti si unirono, e ad esse se ne aggregarono altre, per scongiurare senza successo una possibile vittoria militare dei più forti, la milizia privata di Charles Taylor. I miliziani delle diverse fazioni avevano alcuni tratti in comune: un’età molto giovane e decine di amuleti e feticci (per l’invulnerabilità ai proiettili, ad esempio, ma anche per accrescere la propria forza fisica o la propria resistenza alla fatica). Molti cittadini di Monrovia erano sconvolti dalle decine di cadaveri lungo le strade, smembrati o fatti a pezzi da ragazzini che ne asportavano, e a volte mangiavano, carne ed organi come cuore o fegato. Le testimonianze ai processi rilasciate dai signori della guerra e da centinaia di miliziani sono un corollario di orrore che va molto oltre la fantasia umana.

Nel 2001 lo storico britannico Stephen Ellis affrontò storicamente i nessi tra la guerra civile liberiana e l’immaginario popolare della stregoneria e delle forze mistiche dimostrando come non si tratti del risorgere di pratiche barbare ma di una consapevole e strategica appropriazione di idee e credenze religiose ancestrali per favorire da un lato la coesione identitaria tra diversi gruppi ribelli e dall’altro seminare il terrore della popolazione. Obiettivi raggiungi entrambi con successo.

Per spiegare gli omicidi rituali nel Maryland oggi occorre quindi unire i puntini della storia e non guardare alle zone rurali della Liberia come a luoghi primitivi. In tal senso questi atti criminali fanno parte di quella che Alice Bellagamba definisce, nel saggio del 2008 “L’Africa e la stregoneria”, diagnostica sociale: “Con i discorsi di stregoneria e le azioni politiche dirette contro la stregoneria, la società mantiene viva la capacità di osservarsi preoccupata. Ricorda il proprio passato e contesta il presente. Come ieri anche oggi tutto ciò può sfociare in azioni repressive e attacchi letali alle persone. […] Accanto agli avvenimenti scabrosi che scandalizzano l’opinione pubblica africana e internazionale c’è il lavoro quotidiano e silenzioso, e proprio per questo meno documentato, con il quale la società tenta di mantenere se stessa sotto controllo, fino a quando e fin dove possibile”.

(Andrea Spinelli Barrile)

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