Il ciclone Gati (ri)porta le locuste

di Valentina Milani
Tempo di lettura stimato: 3 minuti

Il ciclone Gati, abbattutosi il 22 novembre sulla Somalia, ha causato morti, feriti e devastazione nella regione del Puntland ma ha anche portato con sé un problema che si sperava fosse quasi risolto nel Corno d’Africa: le locuste.

Come riporta il nuovo Desert Locust situation update pubblicato il 24 novembre dall’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura delle Nazioni Unite (Fao), l’invasione delle locuste del deserto che ha colpito diverse nazioni dell’Africa orientale all’inizio di quest’anno, potrebbe ripresentarsi proprio perché i forti venti di Gati hanno trasportato sciami di insetti maturi dalla Somalia meridionale al Kenya orientale e all’Etiopia orientale.

A favorire la continua proliferazione delle locuste sarebbero anche le piogge che si stanno registrando proprio nel Corno d’Africa. Fenomeno che, unito ai venti del ciclone, fa temere soprattutto per l’Etiopia: «le precipitazioni potrebbero consentire agli sciami immaturi presenti nei pressi di Hargeisa e Jijiga, in Etiopia, di completare rapidamente la loro maturazione e deporre le uova. Contemporaneamente, i venti associati al ciclone potrebbero aver permesso agli sciami di spostarsi a sud-est verso l’Ogaden dove potrebbero essere maturati e aver deposto le uova nelle attuali aree di riproduzione», avverte la Fao.

Attualmente le locuste del deserto stanno infatti proliferando nell’Etiopia orientale e nella Somalia centrale. La Fao teme una loro potenziale espansione nella Somalia settentrionale che potrebbe «causare la formazione di numerosi sciami immaturi all’inizio di dicembre che migreranno verso l’Etiopia meridionale e la Somalia meridionale, raggiungendo il Kenya settentrionale entro metà dicembre».

Tutto questo significherebbe una nuova ondata di devastazione per i raccolti che si trasformerebbe, per milioni di persone, nell’impossibilità di procurarsi cibo in una regione dove quasi 25 milioni di abitanti soffrono già di una grave e acuta insicurezza alimentare.

Le locuste del deserto sono infatti considerate il parassita migratorio più distruttivo al mondo, in grado di divorare chilometri e chilometri di aree coltivate o da destinare al pascolo del bestiame.

Così la Fao ha affermato senza mezzi termini che «dovrebbero essere aumentate le operazioni di indagine e controllo intensivo in Etiopia e Somalia, mentre in Kenya è richiesta una maggiore vigilanza e preparazione». L’Organizzazione stessa è impegnata a sostenere i governi per intensificare le misure anti-locuste, concentrandosi sulle aree a più alto rischio e supportando anche i coltivatori colpiti.

Il vento è il primo alleato delle locuste. Anche la prima invasione venne favorita da un ciclone che interessò le coste dell’Oman dove si era registrato un primo incremento di sciami che poi si spostarono verso le coste africane. Il secondo elemento che gioca a favore di tali insetti sono le piogge che creano un clima umido e, quindi, l’habitat naturale ideale per la proliferazione e la maturazione di tali animali. E’ facile comprendere come i cambiamenti climatici siano la causa remota principale del fenomeno.

La seconda ondata di locuste alla quale stiamo assistendo ha infatti ricevuto una notevole spinta dal ciclone Gati, la tempesta più forte mai registrata in Somalia che in due giorni ha scaricato il doppio della media annuale delle precipitazioni che si registra normalmente nella zona. A Bosaso sono caduti 128 mm di pioggia in 24 ore. Negli ultimi giorni, Gati si è spostato in direzione ovest lungo la costa della Somalia settentrionale verso Berbera e si è indebolito mentre si dirigeva nel Golfo di Aden.

Nel frattempo, nel nord del Kenya, studiosi, scienziati e volontari non si danno per vinti e lavorano senza sosta per capire come arginare – e prevenire – il problema con i mezzi a disposizione.

Sull’ultimo numero di Africa è possibile leggere un approfondimento circa il problema locuste che mette in luce che cosa si sta facendo in loco per frenarle.

(Testo di Valentina Giulia Milani – Foto di Sven Torfinn)

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