I conflitti che minacciano le savane africane

di claudia
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Traffico di droga, diamanti e avorio: secondo il recente rapporto pubblicato da Counter Extremism Project, sarebbero questi i principali finanziamenti delle guerre che si svolgono in Africa orientale. I ripetuti conflitti, come la crisi nel nord del Mozambico, mettono a rischio le aree naturali e il pericolo per la fauna selvatica, in particolare per i grandi mammiferi, è più alto che mai.

di Enrico Nicosia

In Africa, quando gli elefanti combattono, sono i fili d’erba a soffrire”. Quando a combattere sono gli umani le conseguenze molto spesso sono pagate dagli elefanti, iconici dominatori delle savane. Secondo un recente rapporto pubblicato dalla Counter Extremism Project, organizzazione non governativa internazionale impegnata a fronteggiare la crescente diffusione di gruppi estremisti, a finanziare l’espansione dei gruppi terroristici di matrice islamica nell’Africa orientale sarebbe soprattutto il commercio della fauna selvatica. Pangolini, rinoceronti e soprattutto elefanti sono i prodotti di punta di un mercato nero dal valore di circa 23 miliardi di dollari annui, che contribuisce al declino globale della biodiversità al pari del cambiamento climatico e della distruzione degli habitat. “Il commercio illegale è la linfa che sostiene i gruppi estremisti”, ha dichiarato l’autore del rapporto, Sir Robert Ivory, in una recente intervista.

Nel nord del Mozambico, da quattro anni stretto nella morsa di una guerra dai confini non ben definiti, dove religione e interessi economici si intrecciano, il gruppo di matrice islamista degli Ahlu Summah Wal Jammah, sarebbe fra i più attivi in questo mercato. Nato nel 2012 e conosciuto localmente anche come Al Shabaab, “i Giovani”, il gruppo Jihadista-salafita tiene ormai in pungo Cabo Delgado, territorio strategico per gli interessi del Paese data la ricchezza di giacimenti di gas e minerali che sta attirando sempre più investitori stranieri. Un’escalation di violenze iniziate nel 2017 e che vedono ora una preoccupante progressione, con attacchi a villaggi e città e brutali uccisioni di civili, costretti ad abbandonare le loro terre. Ad oggi si contano oltre 2500 morti e quasi un milione di sfollati. A finanziare tutto questo sarebbero criminalità e mercato illegale: traffico di droga, diamanti e risorse naturali gonfiano il portafoglio dell’organizzazione e foraggiano la sua insurrezione. E avorio.

Gli animali, vittime dei conflitti

Venduto a oltre 1000 dollari al chilo, destinato soprattutto al mercato nero cinese, è dal traffico illegale di avorio che arriverebbe gran parte del denaro necessario per pagare soldati e comprare armi. Già noti prima che prendessero il controllo del nord del Mozambico, “i Giovani” userebbero i campi e i percorsi a lungo in mano della criminalità organizzata per eludere le autorità e rifornire le piazze del mercato illegale. Adesso che la loro presa su Cabo Delgado è salda, il pericolo per la fauna selvatica, in particolare per i grandi mammiferi, è più alto che mai. Come in passato, questo conflitto potrebbe avere un costo ecologico devastante, minando gli equilibri di ecosistemi preziosi e delicati come le savane. Ambienti che da oltre settant’anni in Africa vengono stravolti dalle guerre.

Uno studio pubblicato nel 2018 sulla rivista Nature ha dimostrato come le aree naturali del continente africano e la loro popolazione animale fossero fra le grandi vittime dei conflitti avvenuti nel corso del ventesimo secolo. Oltre il 70% delle aree protette africane è stato infatti teatro delle numerose guerre combattute negli ultimi settant’anni. Conflitti interni, combattuti da eserciti statali e gruppi ribelli, o regionali, messi in atto da gruppi armati transnazionali, che nella loro scia di distruzione hanno imposto un conto sanguinoso anche alle risorse naturali del continente e trascinato le popolazioni animali sull’orlo della scomparsa. Elefanti, ippopotami, rinoceronti e altri mammiferi hanno ingrossato i bollettini di guerra mentre gli uomini combattevano. Prede della caccia disperata da parte delle popolazioni locali affamate o vittime del bracconaggio per ricavare prodotti da vendere. Su tutti il prezioso avorio, l’oro bianco d’Africa con il quale finanziare gli eserciti. Indipendentemente dal tipo e della durata del conflitto, la dinamica che minaccia le aree naturali, e in particolare le distese savane, non cambia: prima spariscono gli erbivori, poi crollano le popolazioni dei grandi e medi predatori, e infine viene stravolta la vegetazione.

È una storia già vista in Mozambico. La rovinosa guerra civile scoppiata all’indomani dell’Indipendenza, nel 1975, spazzò via oltre il 90% dei grandi mammiferi del Parco Nazionale del Gorongosa. Situato nel cuore del Mozambico, il parco era diventa rifugio delle milizie della RENAMO (Resistenza Nazionale Mozambicana), movimento di destra che godeva dell’appoggio delle vicine Rhodesia (oggi Zimbabwe) e Sud Africa, nato in opposizione alle forze governative della FRELIMO (Fronte di Liberazione del Mozambico) che avevano portato il paese all’indipendenza. Quando la guerra civile divampò nel paese, i combattimenti si riversarono anche nella riserva incastonata nell’estremità meridionale della Grand Rift Valley e gli scontri causarono una carneficina in tutta la savana. Per tutta la durata del conflitto e negli anni a seguire, gli elefanti e gli altri grandi mammiferi del parco sono stati predati dalle popolazioni locali, sfiancate da anni di guerra, e dall’esercito ribelle per saziare le truppe e comprare armi utili a finanziare l’insurrezione antigovernativa.

Biodiversità a rischio

L’avorio, anche negli anni della guerra civile, ha rappresentato la risorsa più abita per foraggiare il conflitto. Il cessate il fuoco, sancito con un accordo di pace fra RENAMO e FRELIMO firmato a Roma nel 1992, non è di certo stato risolutivo e la stessa RENAMO è stata considerata responsabile dell’uccisione di migliaia di elefanti e rinoceronti in tutto il paese nel corso degli anni. Il parco del Gorongosa riuscì però a risorgere. Dal 2004, il Gorongosa Restoration Project ha permesso un recupero della popolazione animale locale, attraverso reintroduzioni o la protezione della fauna superstite. Eppure. qualcosa non torna. In un recente studio pubblicato su Animal Conservation, un gruppo di ricercatori statunitensi, guidato dagli ecologi dell’Università della California – Berkeley, ha provato a rispondere alle molte domande che rimangono ancora aperte sulle conseguenze ecologiche della guerra nel Goronogosa.  “Non sappiamo se l’ecosistema del Gorongosa tornerà simile alle condizioni prebelliche o se vedremo un nuovo ambiente”, ci racconta Kaitlyn Gaynor, ecologa e prima autrice dello studio. “Pochi posti al mondo hanno visto una simile distruzione della fauna locale e una sua ripresa. Ma se guardiamo bene queste popolazioni, c’è qualcosa di anomalo”. Monitorando la composizione della popolazione faunistica del parco, i ricercatori hanno scoperto che i grandi erbivori dominatori della savana prima della guerra, come elefanti, zebre e gnu, erano diventati molto più rari. E ancora più rari sono diventati i grandi predatori. La savana è stata progressivamente dominata da babbuini, facoceri e antilopi.

Sembrerebbe essersi disegnata quindi una savana alternativa, conseguenza di una catena di eventi che ha la sua origine proprio nella guerra. “Durante il conflitto, la scomparsa degli erbivori, vittime del bracconaggio e della caccia incontrollata, ha causato il declino dei grandi predatori, privati delle loro fonti di cibo, e con il tempo ha provocato effetti anche sulla vegetazione, con profondi cambiamenti alla copertura arborea e la diffusione di piante invasive”, ci spiega Gaynor che, pur riconoscendo gli enormi sforzi per far risorgere il Gorongosa, avverte: “ovunque, nei progetti di recupero, dovremo confrontarci con il fatto che tornare alle condizioni prebelliche potrebbe essere impossibile”. Adesso che la guerra è tornata cronaca nel nord del paese, il rischio di compromettere altre savane è concreto.  E il pericolo non riguarda solo il Mozambico. Somalia, Repubblica Centrafricana, Congo e Sud Sudan sono solo alcuni dei paesi dell’Africa subsahariana dove bracconaggio conflitti armati si intrecciano, minacciando la biodiversità e mettendo in pericolo preziosi ecosistemi, come le savane, che rischiamo di perdere per sempre.  

(Enrico Nicosia)

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