Guerra in Tigray, centinaia i morti

di Enrico Casale
guerra in Tigray Etiopia
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«Fermate i bombardamenti sul Tigray!». A chiederlo a gran voce è l’Unione africana che, martedì, ha implorato il governo di etiope sospendere i combattimenti nella regione settentrionale. Il presidente Moussa Faki Mahamat ha dichiarato: «Siano preoccupati per l’escalation delle tensioni tra il governo etiope e l’amministrazione regionale nel Tigray. Facciamo un appello per la cessazione immediata delle ostilità e invitiamo le parti a rispettare i diritti umani e garantire la protezione dei civili».

Oltre a quello dell’Ua, si moltiplicano le richieste a favore di un cessate-il-fuoco. Domenica 8 novembre, papa Francesco ha rivolto un appello a fermare gli scontri e a perseguire la strada della pace. «Seguo con preoccupazione le notizie che giungono dall’Etiopia – ha detto il Pontefice -. Mentre esorto a respingere la tentazione dello scontro armato, invito tutti alla preghiera e al rispetto fraterno, al dialogo e alla ricomposizione pacifica delle discordie». António Guterres, Segretario generale dell’Onu, ha scritto sul suo account Twitter: «La stabilità dell’Etiopia è importante per tutto il Corno d’Africa. Chiedo un immediato allentamento delle tensioni e una pacifica risoluzione delle controversie». Seguito dal governo del Sudan: «Il Sudan segue con preoccupazione quello che sta succedendo nella vicina Etiopia e chiede a tutte le parti di trattare con saggezza e di ricorrere a una soluzione pacifica e moderata» e dall’Igad, l’autorità regionale, che ha chiesto l’apertura di negoziato.

I vescovi cattolici dell’Etiopia hanno pubblicato una dichiarazione nella quale avvertono: «Se i fratelli si uccidono, l’Etiopia non guadagnerà nulla. Invece ciò porterà il Paese al fallimento e non gioverà a nessuno», e invitano «gli etiopi a non prendere alla leggera il conflitto», aggiungendo che «tutti dovrebbero prenderlo sul serio e contribuire alla causa della riconciliazione, rafforzare l’unità nazionale e garantire pace e sicurezza».

Il premier etiope Abiy Ahmed ha però rifiutato gli inviti alla riconciliazione. In una dichiarazione sulla sua pagina Twitter, ha detto che la repressione dei membri errati del Tplf (il partito al governo in Tigray) proseguirà come previsto. «La nostra operazione di polizia sta procedendo come previsto: le operazioni cesseranno non appena la giunta criminale sarà disarmata, l’amministrazione legittima della regione sarà ripristinata e i fuggitivi arrestati e assicurati alla giustizia». «Il nostro governo – ha proseguito – ha esaurito la pazienza dopo che per mesi il Tplf ha continuamente violato le leggi locali. Le preoccupazioni che l’Etiopia possa precipitare nel caos sono infondate. Le nostre operazioni si concluderanno presto ponendo fine all’impunità».

Poco si sa delle operazioni sul terreno. Il conflitto resta avvolto in un vuoto informativo dovuto alla mancanza di riscontri indipendenti sul campo. La chiusura delle reti telefoniche e di internet impedisce la ricerca di riscontri oggettivi ai comunicati delle parti in conflitto. Le forze speciali del Tplf denunciano il coinvolgimento, al fianco dei reparti dell’esercito federale, delle forze dell’Amhara (regione confinante col Tigray). E accusano il governo di aver condotto almeno dieci bombardamenti aerei in aree densamente abitate della capitale regionale Macallè senza peraltro, secondo i tigrini, colpire gli obiettivi. Un ufficiale delle truppe federali ha dichiarato alla Reuters che negli scontri a Kirakir sarebbero stati uccisi quasi 500 miliziani tigrini. Ma vi sarebbero anche centinaia di morti tra le truppe federali dopo la battaglia per la conquista di Dansha. Secondo testimonianze raccolte dalla stampa sudanese, civili e militari etiopi in fuga hanno attraversato il confine nella località di Fashaqa, a Nord-Est dello Stato di Gadaref (Sudan).

Il Tplf, fondato dall’ex primo ministro Meles Zenawi, ha governato l’Etiopia per più di due decenni (1991-2018) e faceva parte di una coalizione nota come Fronte democratico rivoluzionario popolare etiope. Lo scorso dicembre, il Tplf ha rifiutato di sciogliersi e unirsi al nuovo Partito della Prosperità (Pp) formato da Abiy e ha iniziato a organizzare le elezioni locali (che Addis Abeba non ha riconosciuto). Abiy accusa il gruppo di operare impunemente, aver rubato fondi pubblici durante gli anni in cui era al potere, commettendo atrocità, rifiutando ordini emessi dalla magistratura federale, arruolando bambini soldato e ostacolando le operazioni delle forze armate.

(Tesfaie Gebremariam)

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