Fabrizio Floris: se le nostre idee incontrano l’Africa

di Enrico Casale
kenya
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Dopo aver vissuto in Paesi lontani è necessario l’adattamento del ritorno per evitare di vivere ancora là: il corpo qui, la testa laggiù. L’Africa, in particolare, crea vere e proprie botte di nostalgia: di persone, tempi, spazi, come la lontananza di una madre lontana.

Arrivai per la prima volta in Africa in una notte di ottobre del 1996. Ad attendermi c’era uno sconosciuto volontario di nome Gino, Gino Filippini, che con una sgangherata Uno bianca mi accompagnò nel cuore della notte in un ancor più sgangherato luogo di nome Korogocho (una baraccopoli di Nairobi). Stetti con lui un mese poi decise di partire per un periodo di riflessione, andò a Gerusalemme. Faceva così ogni volta che vedeva che la sua vita si trovava di fronte ad una svolta. Passai gli altri due mesi nel suo letto, lessi i suoi libri, le riviste, ciò che sottolineava, fu una scuola anzi un carotaggio dell’Africa e una lettura profondamente diversa della storia del mondo: come se fossi entrato in un’altra narrazione.

Capita così a tanti volontari, come racconta Monica Gaspari: «Quando chiamo qualcuno al telefono e chiedo: “Come stai oggi?”, le risposte sono “bene”, “male”, “così così”. Tradotto: “bene” significa ho mangiato un piatto di sorgo (una volta al giorno); “male”, non ho mangiato niente per tutto il giorno, forse una tazza di tè; “così così”, ho mangiato porridge di farina di granoturco (una volta al giorno). Quel che sorprende è che nessuno si lamenta».

Tra gli ammassi di baracche la sensibilità umanitaria occidentale viene in un primo momento esaltata, ci si sente stretti al cuore, ci si scaglia contro lo sfruttamento, si riscoprono gli entusiasmi, gli ideali e il desiderio di impegnarsi. Poi, l’occhio e l’anima si abituano, ci si trova dentro sensazioni strane: scorre il dubbio che questa gente sia più sana di noi, e da lì si arriva a rischiare l’elegia della povertà, l’estetica della necessità. Si è imbrigliati tra una patetica solidarietà emotiva e l’esaltazione della libertà degli oppressi, senza riuscire a liberarsi di congetture che tutto trasformano in pensiero. Si esalta l’arte degli slum perché si pensa che, attraverso l’arte, l’abitante del villaggio più povero dell’Africa sia più ricco del più ricco milanese, ma senza il cibo ogni essere umano è come un affamato seduto su montagna d’oro.

È come il proprietario di un Renoir o di un Van Gogh che non ha un sacco di patate di cui sfamarsi. Senza il pane anche la bellezza viene meno, per questo si lascia l’incanto dei villaggi per la miseria delle baraccopoli, dove oltre lo squallore, si trova anche un mandazi (frittella dolce) che attraverso la gioia che i succhi gastrici trasmettono ai neuroni rende bello anche un’ammasso di lamiere perché quello è la tua nyumba (casa). Dove, Mungu akipenda (a Dio piacendo), i tuoi figli cresceranno. In una società che si definisce globale, la sintesi tra arte, bellezza e sostentamento è uno sguardo che neanche l’immaginazione al potere abbraccia.

Il matrimonio segna il destino: diventiamo ciò che sposiamo. Abbiamo sposato una donna, l’Africa, e alcune idee, ma non siamo diventati nessuna in particolare.


FlorisFabrizio Floris, una laurea in Economia e un dottorato di ricerca in Sociologia dei fenomeni territoriali e internazionali, è membro della cooperativa Labins, laboratorio di innovazione sociale. Ha insegnato Antropologia economica presso l’Università di Torino e ha svolto altri insegnamenti. Suo principale campo d’interesse sono gli insediamenti informali, in Italia come in Africa. Scrive per Il manifesto, Nigrizia e altre testate. Tra i suoi libri: Periferie esistenziali (Robin, 2018), Eccessi di città. Baraccopoli, campi profughi e periferie psichedeliche (Paoline, 2007), Baracche e burattini? La città-slum di Korogocho in Kenya (L’Harmattan Italia, 2003).

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