Etiopia: le montagne del caffè

di Matteo Merletto

Nei remoti boschi di Harenna, a quasi duemila metri di altitudine, prosperano frutti spontanei di qualità superba che i raccoglitori locali prelevano a mano e trasportano a dorso d’asino lungo sentieri tortuosi, fino alla capitale

In Etiopia c’è un caffè d’eccellenza che cresce spontaneo a quasi duemila metri d’altezza. È unico al mondo, la sua qualità è altissima e lo raccolgono donne laboriose vestite di giallo, di verde e di blu, camminando per ore nel cuore della foresta di Harenna. Sembra una favola: la loro piccola comunità è rimasta isolata per secoli, continuando a vivere in capanne di paglia e a trasportare il caffè selvatico a dorso d’asino, in grossi sacchi di iuta. Ma trent’anni fa le cose sono cambiate: l’esercito socialista di Menghistu costruì una strada che, superato un altopiano a quattromila metri, arrivava fino alla foresta di Harenna. Ed è proprio seguendo questa via che oggi il prezioso caffè Arabica arriva ai mercati della capitale. Un prodotto di alta qualità che inizia a essere apprezzato: l’anno scorso, una speciale commissione lo ha premiato come uno dei cinque migliori caffè di tutta l’Africa.

Patrimonio da difendere

Il caffè è nato in Etiopia. Qui la sua preparazione accurata resta un rituale simbolico, importante, una cerimonia praticata ogni giorno e ispirata all’ospitalità. Lo è nei ristoranti alla moda di Addis Abeba come nei remoti villaggi del Tigrè, dell’Afar o dell’Oromia, regione meridionale verso la quale ci spostiamo a bordo di un 4×4. Quella di Harenna è una foresta primaria meravigliosa e ospita le ultime piante di caffè selvatico al mondo: un patrimonio che l’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics) ha deciso di difendere e tutelare attraverso un progetto di sostegno ai piccoli raccoglitori e ai produttori. Lo porta avanti insieme a Illy e a Unido, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’incremento delle attività industriali. Anche Slow Food è da tempo impegnato a promuovere il caffè selvatico della foresta di Harenna. Nel corso degli anni il suo presidio ha consentito di migliorare le tecniche di raccolta e di trasformazione, rafforzato le strutture di essiccazione, promosso il caffè sul mercato locale e internazionale, fornendo nuovi sbocchi commerciali alle associazioni di produttori.

Regione isolata

La remota foresta di Harenna si trova cinquecento chilometri a sud della capitale, al centro dell’Etiopia meridionale, e per raggiungerla il percorso è massacrante: si guida per due giornate intere e lungo il primo tratto ci si lascia alle spalle laghi popolati da pellicani, sicomori secolari (il loro legno nell’antico Egitto veniva usato per costruire sarcofaghi) e villaggi dal fascino unico, come Shashamane. Qui dal 1948 vive una folta comunità di rastafariani arrivati direttamente dalla Giamaica, e proprio qui ogni settimana arriva il caffè di Harenna per essere venduto agli intermediari che lo porteranno nella capitale.

Da Shashamane la strada vira bruscamente verso est. Dopo pochi chilometri l’asfalto lascia il posto alla terra battuta e ai campi di teff, il cereale con il quale si cucina l’injera, crêpe spugnosa che è alla base di tutta la cucina etiope. Il giorno successivo si sale fino a quattromila metri, entrando in una dimensione inconsueta: vegetazione bassa, vento freddo, steppa a perdita d’occhio, un uomo che cavalca solitario verso il nulla.

Viaggio nel tempo

Sembra la Mongolia, ma si chiama Sanetti Plateau, il maggiore altopiano etiope, sul quale corre la strada asfaltata più alta d’Africa (quella realizzata da Menghistu, il dittatore che governò dopo il Negus fino al 1991). Scendendo di nuovo, la steppa si trasforma in foresta tropicale e si entra così nel vasto Bale National Park, dove si trova la foresta di Harenna: prima dell’apertura di questa carrozzabile, la comunità di cinquemila anime che vi abita era completamente isolata dal mondo. Oggi sembra di fare un salto indietro di duecento anni, quando ai lati della strada iniziano ad apparire le prime case in terra e fango, con gli asini che trasportano lentamente i sacchi di caffè. È questa da sempre la loro unica fonte di reddito. Le allegre donne del villaggio s’infilano nella foresta intonando canzoni della tradizione. Passano ore a raccogliere la drupa, il frutto del caffè che ancora rosso sembra una ciliegia, gettandolo velocemente nella lunga cesta in vimini con un gesto che i loro antenati hanno ripetuto per anni, sempre uguale.

Buono e resistente

Poi era consuetudine metterlo a essiccare a terra, sopra grandi teli colorati che vediamo ancora qua e là fra le colline vicine. Il progetto dell’Aics, con la consulenza dell’Istituto agronomico per l’oltremare (Iao), mira proprio a cambiare questa abitudine secolare: «A contatto con il terreno – spiega Tiberio Chiari dell’Iao – il chicco di caffè ne assorbe in parte l’odore. Per questo sono state introdotte reti che impediscono il contatto con il suolo, aumentandone così la qualità». Te ne accorgi quando una donna arriva con due tazze fumanti di caffè appena tostato: il sapore è unico, intenso, mai sentito prima. Ma non è questo l’unico pregio del caffè di Harenna. «A causa dei cambiamenti climatici – continua Tiberio – nei prossimi quarant’anni le coltivazioni di caffè potrebbero sparire dall’Africa orientale. Una catastrofe! La soluzione pensiamo potrebbe arrivare proprio dalla biodiversità genetica dello Harenna». Più buono, dunque, ma anche molto più resistente.

(testo e foto di Alessandro Gandolfi / Parallelozero)

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