Dynasty angolana

di Marco Trovato
Tempo di lettura stimato: 4 minuti

Più che una lotta alla corruzione, in Angola sembra delinearsi un regolamento di conti all’interno dell’Mpla – Movimento popolare di liberazione dell’Angola –, partito al potere dal 1975, anno dell’indipendenza.  Una Dynasty in piena regola. L’aspetto più eclatante di questa “guerra” sono le indagini e l’incriminazione nei confronti della figlia dell’ex presidente José Eduardo dos Santos, Isabel. La “principessa d’Africa”, così come viene definita dall’angolano medio – un epiteto che non ha nulla di benevolo –, è stata giudicata dalla rivista Forbes la donna più ricca d’Africa, con un patrimonio stimato intorno ai 3 miliardi di dollari. Una principessa di un Paese, l’Angola, dove almeno il 30 per cento della popolazione vive con meno di due dollari al giorno e dove l’inflazione e la crisi economica dovuta al calo del prezzo del petrolio fanno il resto. Una fascia consistente della popolazione arranca tutto il giorno per arrivare a sera e senza prospettive non solo per il futuro ma per il domani, inteso come il giorno dopo. Eppure, Isabel e suo marito di origini congolesi Sindika Dokolo devono la loro fortuna alla malversazione di denaro pubblico. Sottrazioni, secondo la magistratura angolana, che sono arrivate a 1,5 miliardi di dollari. Soldi sottratti alle casse della Sonangol, l’azienda petrolifera di Stato di cui è stata presidente fino al 2017, e alla società diamantifera Sodiam. Ma la ricchezza della signora d’Angola è fatta anche di molto altro. Partecipazioni in numerose società angolane e straniere in vari settori, petrolio, diamanti, telecomunicazioni, edilizia, che le sono valse l’accumulo di enormi ricchezze e che le hanno permesso l’acquisto di numerose proprietà in Francia, Portogallo e Inghilterra e anche nella patria del marito, la Repubblica democratica del Congo. Essendo, tuttavia, una donna d’affari, ha saputo vedere lontano. Infatti ha lasciato il Paese prevedendo una sua possibile incriminazione e l’arresto. Vive nella sua lussuosa residenza di Londra, da dove rilascia dichiarazioni di fuoco.

In un’intervista alla tivù pubblica portoghese, la “principessa d’Africa” ha detto che contro di lei si è messo in moto «un tribunale politico». I documenti utilizzati contro di lei – sostiene Isabel – sono frutto di «una caccia alle streghe che nasce da una guerra politica guidata dagli attuali leader del Paese». Insomma ha respinto tutte le accuse, definendole bugie che violano il suo diritto di proprietà. E, non paga, minaccia di riprendersi il Paese: «Mi candiderò alla presidenza dell’Angola». In ogni caso, Isabel è stata più lungimirante del fratello José Filomeno, che invece è rimasto nel Paese, anche lui sotto inchiesta per lo stesso motivo. Il padre dei due, José Eduardo dos Santos, rimasto al potere per oltre trent’anni, ha infatti piazzato i due ai vertici delle società angolane. La figlia alla Sonangol, e il figlio a capo del Fondo sovrano del Paese. Non solo. Dos Santos padre, nel momento in cui ha passato lo scettro del comando del Paese a João Lourenço, già vicepresidente e delfino dal capo indiscusso, ha chiesto un occhio di riguardo per i due figli. Immaginabile quale fosse la richiesta. Una sorta di immunità. Ma ciò non è avvenuto. Anzi. Le due incriminazioni sono giustificate dalla lotta alla corruzione intrapresa dall’attuale presidente. Ma sembra più uno specchietto per le allodole. È vero che i miliardi sottratti dai due rampolli della famiglia padrona dell’Angola avrebbero potuto portare beneficio alla popolazione angolana, è altrettanto vero che con quei soldi si sarebbe potuto pagare il debito contratto con il Fondo monetario internazionale. Tutto vero e sacrosanto. Ma le cose non stanno proprio così. Quello che sta accadendo sembra piuttosto una guerra all’entourage del vecchio presidente. Come a dire: ora tocca a me. Sembra proprio che dopo trent’anni durante i quali la famiglia dos Santos si è arricchita a dismisura, alcuni personaggi dell’entourage – tra i quali l’attuale presidente – hanno deciso che è arrivato il loro turno. Ma come si sa, tutto cambia perché nulla cambi. Un mantra africano.

Combattere la corruzione è un imperativo. Non c’è dubbio. Ma ciò che manca sono investimenti che garantiscano la diversificazione dell’economia e l’accessibilità a chiunque ai servizi essenziali di welfare. Davanti agli ospedali della capitale, quelli meno cari, si formano file interminabili di potenziali pazienti che elemosinano cure che in molti non si possono permettere. E non solo di giorno, ma anche di notte.

La capitale dell’Angola, Luanda – una delle città più care al mondo – è cresciuta in altezza. I grattacieli che definiscono lo skyline sono il frutto dei profitti derivanti dalle materie prime di cui il Paese è molto ricco. Grattacieli che la gente può solo vedere da lontano. Sì, perché l’Angola non è stata capace di guardare oltre, di mettere a profitto queste risorse per lo sviluppo. Intorno al 2012 si è parlato molto del fatto che l’Angola si poteva permettere di comprare il debito dell’ex madrepatria, il Portogallo, ed era in grado di progettare investimenti milionari in Europa. Erano gli anni del grande interesse cinese per l’Angola, dei prezzi alle stelle del greggio e della necessità per gli Stati Uniti di mantenere costanti le proprie riserve con le importazioni petrolifere dall’Angola e della Nigeria. Erano gli anni in cui l’Angola avrebbe potuto fare la scelta giusta: diversificare l’economia, creare imprese nazionali per la raffinazione del greggio, la lavorazione dei diamanti e la produzione agricola. Mettere in piedi un efficace sistema sanitario e scolastico con medici e insegnanti preparati, validi e ben pagati. Tutto ciò che poteva mettere in moto uno sviluppo vero. Il Paese, grande quattro volte l’Italia, è abitato da soli 30 milioni di persone.

Invece Luanda è cresciuta in altezza, grazie agli investimenti cinesi, e non ha tenuto conto della popolazione, la maggioranza di coloro che vive in una megalopoli di oltre 12 milioni di abitanti.  Come non pensare ai bairros periferici come la Lixeira, Mota, Kikolo, dove vivono gli ultimi di questa terra, milioni di angolani che hanno come orizzonte solo la sera, in pochi il domani – altro che i grattacieli che punteggino lo skyline della capitale. E, oggi, il Paese arranca. Ma sembra che tutto ciò non interessi agli attuali governanti. Insomma la storia si ripete e sempre per il suo lato negativo. Non vi è alcun dubbio che i figli di dos Santos abbiano rubato – come il padre, ma questi è intoccabile – e ora, però, tocca ad altri impossessarsi delle ricchezze del Paese. E il popolo, la gente che non arriva a sera, continuerà a non arrivare a sera.

Quella di Isabel e Filomeno è una storia che in Africa si ripete troppo spesso e accomuna molti rampolli dei presidenti eterni che continuano a governare Paesi ricchissimi ma che sono diventati una iattura per i loro abitanti.

(Angelo Ferrari)

 

Altre letture correlate:

X