Dak’art 2016/2 – Se le migrazioni diventano arte

di Enrico Casale
Keziah Jones capitani Rugged

Keziah Jones capitani Rugged «Subabiennale», piattaforma di arte contemporanea, ha scelto come location per la sua esposizione «Off», il nuovo Centre international de conférences Abdou-Diouf, a Diamniadio, raggiungibile con rare navette in stile Afro Vintage. Un’architettura iper moderna, catapultata nel vuoto, costruita in fretta e furia per accogliere il Summit sulla Francofonia 2014, accoglie in questi giorni fotografie, sculture e oggetti di design selezionati da Salimata Diop.

Due i progetti in collaborazione con Lagos Photo Festival e Aka. «Identitée en Mutation», un progetto su artisti che sviluppano concetti globali di musica e fotografia reinterpretando in chiave contemporanea l’«Afrobeat», presenta alcune foto di Captain Rugged, creazione multimediale di Keziah Jones e Native Magari, supereroe africano, alter ego del musicista, che racconta storie di immigrazione, rifugiati, sogni spezzati ed esilio, combattendo con la satira il Potere, La Politica e la Magia. «Fantômes de la Mer» di Bruce Clarke è invece un progetto artistico che rende omaggio ai rifugiati economici e politici vittime del traffico umano transmediterraneo con grandi sagome di uomini comuni dipinti dietro una tenda d’acqua. Un’acqua, fragile, bella, pericolosa, che può essere ancora di salvataggio o ultima sepoltura. Fantasmi d’acqua che non cercano pietà ma vogliono ricordarci la loro presenza.

«Des si longues nuits» racconta un’altra faccia della migrazione. Le fotografie in bianco e nero di Laeïla Adjovi ritraggono le donne bloccate nella terra di nessuno dell’attesa, interrogandosi sulla possibilità di trasformare in immagine la separazione, l’assenza, il vuoto lasciato dall’altro. Donne abbandonate, come aveva già mostrato il bellissimo documentario «En attendant les hommes» di Katy Lena Ndiaye ma che resistono, scegliendo spesso lo humor come arma di resilienza.

subabiennaleSparsi nello spazio, infine, pezzi di design raffinato e concettuale come le ceramiche di King Houndekpinkou che fonde nelle sue opere la tradizione giapponese del Raku con le sue origine beninesi e le grandi sedie di Ousmane Mbaye,come disegni realizzati nello spazio, linee leggere, bianche, essenziali che partono da una riflessione sull’essere umano e sullo sguardo su se stessi e sull’altro.

Interessante anche la programmazione video di «Dakar 66.16»: sei video di artisti che si interrogano sulla storia e la memoria personale con linguaggi dell’inchiesta giornalistica, del road movie, del video clip creando un itinerario surreale in luoghi dimenticati : un Luna Park fantasma e una piscina olimpionica in disuso a Bamako, un viaggio intimista in Ghana, una performance vodoo-pop… Immagini e musica di Bruno Boudjelal, Dimitri Fagbohoun, Jean François Boclé, Yo-Yo Gonthier, Emo de Medeiros.
Simona Cella

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