Territorio e urbanizzazione a cura di Federico Monica
di Federico Monica
La distruzione di Makoko, storico slum galleggiante di Lagos, riporta alla memoria altre baraccopoli rase al suolo in nome di sicurezza e risanamento. Dietro le demolizioni, spesso senza alternative per gli abitanti, si celano speculazioni e la volontà di “ripulire” l’immagine delle metropoli. Il risultato è una diaspora silenziosa di poveri urbani, più precari e invisibili, mentre il cemento avanza sulla memoria e sulla vita delle comunità
«Quando il sole alzò la testa fra le spalle della notte, c’erano solo cani, fumo e tende capovolte…». Quando tanti anni fa vidi per la prima volta coi miei occhi ciò che restava di una baraccopoli appena distrutta mi risuonarono immediatamente in testa queste parole della canzone Fiume Sand Creek di Fabrizio De Andrè.
Cumuli di macerie ovunque, fumo e nuvole di polvere, l’odore acre di gasolio bruciato dei bulldozer, case ridotte a mucchi informi e grigi, persone che si aggirano sperdute fra ciò che rimane delle loro povere cose e sopra tutto un velo pesante di disperazione. Non la disperazione fatta di urla o strepiti bensì quella, forse peggiore, che svuota, annichilisce e lascia senza fiato né prospettive.
Demolizioni, sgomberi e allontanamenti forzati di intere comunità non sono una novità. Da anni si susseguono in molte città del continente africano – come del resto del pianeta – e probabilmente sono antichi quanto le città stesse. Su queste pagine ne ho parlato spesso, eppure ogni volta che giunge notizia di un quartiere raso al suolo mi torna alla mente quella mattina e la profonda sensazione di ingiustizia, dolore, e ineluttabilità delle cose.
L’ultimo in ordine di tempo è stato Makoko, il famigerato slum galleggiante di Lagos, la sterminata capitale economica della Nigeria. Una Venezia africana di contorte palafitte in lamiera e legno, appoggiata su una grande laguna e solcata da canali affollati di canoe; un quartiere controverso e unico che ospitava secondo alcuni 60, secondo altri addirittura 200mila persone e che è stato quasi completamente demolito fra la fine di dicembre e l’inizio di gennaio in nome della salute pubblica e della sicurezza dei residenti.
Parole vuote e obiettivi fasulli: la ben nota teoria del “piccone risanatore” ha quasi sempre portato disagi e peggioramenti sensibili delle condizioni di vita alle comunità che si pretendeva di salvaguardare. Dietro alle devastazioni si nascondono, al contrario, grandi speculazioni immobiliari o semplicemente il fastidio per quartieri poveri e popolari accusati di “sporcare” l’immagine innovativa e moderna delle metropoli.
Non a caso le scuse del risanamento e della sicurezza crollano non appena si scopre che non sono state previste sistemazioni provvisorie o alternative per gli sfrattati. Se poi, dopo alcuni mesi o anni, si vanno a osservare le condizioni di chi è stato sgomberato, difficilmente si riscontrano miglioramenti, soltanto più precarietà e marginalizzazione.
«È oltraggioso che non ci sia nessuna misura per accogliere chi è stato cacciato. Parliamo di famiglie che vivono lì da oltre un secolo. Con il valore astronomico delle terre in quella zona sarebbe stato un investimento minimo. E doveroso». La voce di Jacopo Ottaviani è rotta dall’emozione: ha mappato Makoko casa per casa, un lavoro immane nella speranza che questo potesse rafforzare il quartiere e i diritti di quella comunità che oggi non esiste più.
Che succederà agli abitanti di Makoko? Quello che è successo a milioni di altri poveri urbani nel passato lontano o recente: dispersi in una dolorosa diaspora, saranno costretti a cercare altri ripari, in posti sempre più precari, sempre più vulnerabili e sempre più periferici. Alcuni da mesi dormono sulle barche, altri hanno ricostruito palafitte con materiali di recupero; soluzioni fragili e insicure, dato che quanto è successo potrebbe facilmente accadere di nuovo, e non vale la pena investire su un futuro incerto.
Quasi sicuramente, infatti, quella parte di laguna troppo vicina al cuore economico della megalopoli più grande del continente verrà drenata, coperta e cementificata. Presto arriveranno le archistar internazionali e nuovi lussuosi grattacieli definiti smart, eco o green a prendere il posto dell’ultima comunità che, nonostante le tante contraddizioni e la precarietà, conservava la sapienza antichissima di vivere in equilibrio sull’acqua.Il dollaro d’argento oggi è là, sul fondo della laguna di Lagos.


