Il 10 e 11 giugno la Maison des Cultures Urbaines ospita panel, musica, cinema e moda
Al festival Urban Noiz, nella capitale senegalese Dakar, il sacro diventa centrale. Qui, il 10 giugno, sotto l’egida della Dolph Academy, diretta da Adolphe Coly, storica voce dell’Orchestra nazionale senegalese, la musica si spoglia del suo abito di puro intrattenimento per farsi strumento pedagogico e spirituale.
Abbiamo incontrato due motori di questa visione: Bernard Lankiane, l’anima produttiva di Ben’Art Entertainment, ed Eusebio De Cristofaro, che da Firenze porta a Dakar trent’anni di ricerca sulla cultura afroamericana in qualità di Direttore artistico della Florence Gospel Choir School. Insieme, hanno dato vita a un programma che intreccia panel di esperti, il concerto del collettivo Ndajé Ndongo (nome dell’omonimo album), la proiezione del corto Il fabbricante di barchettee una sfilata di moda che celebra l’estetica del sacro.
Bernard, la Dolph Academy da tre anni porta avanti un percorso che va ben oltre l’aula di musica. Perché nel 2026 il focus è sulla “Musique Sacrée”?
La nostra missione è formare artisti consapevoli. Non ci fermiamo al solfeggio o al coaching vocale, ma vogliamo che i nostri studenti comprendano la musica che praticano. Quest’anno abbiamo scelto il sacro perché, con Eusebio, stiamo già gettando le basi per un progetto gospel. Il panel del 10 giugno ci permette di anticipare questi aspetti, offrendo ai ragazzi un primo orientamento in questo senso. Vogliamo produrre musica significativa, spirituale e soprattutto impegnata. Come dico sempre, il mio primo brano si intitola L’humilité précède la gloireed è un insegnamento biblico, ma anche il pilastro della mia educazione che scelgo, ogni giorno, di condividere.
Il programma di questa edizione è particolarmente denso con esperti internazionali, videoconferenze dall’estero e un concerto live. Come si tiene insieme tutto questo?
Attraverso la condivisione. Il panel vedrà protagonisti nomi come Jean Benoît Bakhoum, che ci parlerà di etnomusicologia, Omar Ngalla Ndiaye per la musica delle Confraternite, ed Eusebio con Nehemiah H Brown, direttore della Florence Gospel Choir School collegato dagli Stati Uniti. È un ecosistema. Il tutto culminerà nel concerto del collettivo della Dolph Academy per presentare Ndajé Ndongo, un album di 15 brani che ho co-prodotto con Mounir Otai. È un album che riunisce 15 artisti, una collaborazione tra Senegal e Francia, ciascuno con la propria sensibilità. È un album che suggerisco di ascoltare perché nato come un lavoro fedele alle nostre radici, cantato nelle lingue nazionali. Oggi, come senegalese e come cattolico, non posso prescindere dall’ onorare la mia società tutta.

Il Gospel presentato come “Progetto di Ritorno”. Eusebio, il tuo intervento a Dakar sembra voler chiudere un cerchio storico. Parli di un “ritorno” di determinati mondi musicali nei diversi luoghi della tratta. Cosa significa questo viaggio per te?
È forse un atto di giustizia poetica. L’idea è quella di un futuro workshop di musica Gospel a Gorée, un luogo simbolo. Il sacro nella musica afroamericana è stato, prima di tutto, uno strumento di sopravvivenza. Alcune persone schiavizzate adattarono, per esempio, divinità africane, gli Orisha, ai racconti biblici per nascondersi dai padroni. Cantare Go Down Moses era un codice di libertà. Portare queste sonorità a Dakar significa indagare come quella spiritualità, trasformata dall’oceano, possa oggi dialogare con l’Islam, le Confraternite e il cattolicesimo senegalese.
Nelle tue riflessioni anche l’acqua è un elemento ricorrente, quasi un personaggio. Dal rito di Mami Wata al dramma che tocca molte delle migrazioni attuali. Come si riflette questo nel tuo corto Il fabbricante di barchette?
L’acqua è vita e morte. C’è il fiume Giordano del battesimo e c’è l’acqua di Wade in the Water, che serviva alle persone in condizioni di schiavitù per non farsi rintracciare. Oggi, tragicamente, l’acqua è diventata il pericolo mortale di tante rotte migratorie. In Il Fabbricante di Barchette, c’è un brano spiritual cantato da Nehemiah in cui una persona deportata nelle Americhe si trova davanti all’oceano e rivolge una preghiera a Dio: “Signore, perché mi trovo qui? Vorrei non essere mai nato”.

In questa invocazione c’è tutto il dolore della memoria e il ricordo di una terra dalla quale milioni di persone sono state strappate con la violenza della deportazione coloniale e schiavista.
Il corto nascepensando a quelle persone che oggi attraversano il Mediteranneo affidandosi a Dio. Durante l’evento, questo legame tra spiritualità, migrazione e memoria verrà affrontato anche nel panel, mentre le immagini del film dialogheranno con i canti spirituali interpretati da Nehemiah e riprodotti dal vivo da Adolphe Coly.
Cosa vi aspettate da questo incontro?
L’obiettivo di questo panel è di certo offrire agli artisti e agli studenti dell’Academy che ne prenderanno parte il maggior numero possibile di strumenti per far sì che possano restare fedeli alla propria cultura, alle proprie tradizioni e ai propri valori religiosi.
La mia musica [Bernard] soprattutto è azione sul piano sociale. Ho creato la mia etichetta Ben’Art Entertainment per contribuire allo sviluppo della Dolph Academy, accompagnare gli artisti che vi si formano con il dottor Coly, sostenerli nella pratica e nel loro inserimento nel mondo professionale attraverso gli eventi che organizzo, così come le collaborazioni che porto avanti con strutture, produttori e altri attori culturali in Senegal e fuori.
[Eusebio] l’evento è immagine di una piattaforma di scambio intellettuale che unisca la memoria storica della schiavitù alle sfide contemporanee della migrazione, usando la musica sacra come filo conduttore con al centro le persone.


