Giovanni Pigatto: Ambiente, una sfida per tutti

di Enrico Casale
elefante africano

Lamiere accartocciate, strade allagate, interi stabili scoperchiati. È questo quello che rimane a Beira, Mozambico, il giorno dopo il passaggio del terribile ciclone Idai che ha colpito anche Zimbabwe e Malawi.

Devastazioni per milioni di dollari di danni, interi paesi messi in ginocchio dalla furia del vento e dell’acqua che ha isolato interi villaggi, lasciando le persone senza acqua potabile, luce, telefono. E soprattutto centinaia di vittime confermate (anche se il presidente del Mozambico Filipe Nyusi ha già dichiarato che il bilancio finale potrà superare i mille morti).

Un evento atmosferico di questa portata non si era mai verificato in quel pezzo di Africa australe già vessata da altri mille problemi come conflitti, povertà, epidemie. Nei giorni in cui il mondo si sta interrogando sull’opportunità di manifestare per combattere i cambiamenti climatici, nei giorni in cui centinaia di migliaia di giovani scendono in piazza in moltissimi Stati del mondo per dire ai grandi che così non si può più andare avanti, in Africa si verifica una delle più terribili catastrofi meteorologiche della storia del continente.

Il tema inquinamento e riscaldamento globale è una cosa che c’entra con l’Africa in modo particolare. Un continente giovanissimo (l’età media è circa 19 anni) che sta conoscendo oggi la sua massima esplosione demografica e, di conseguenza, la sua massima esplosione di consumo di risorse, di urbanizzazione, di industrializzazione. Ma qui non si tratta di un problema «nostro» e di un problema «loro».

Semplicisticamente, si potrebbe dire che se il nostro mondo occidentale ha conosciuto la sua esplosione demografica con la prima rivoluzione industriale del Settecento, quando le città si coprirono di fuliggine e già era iniziata la spartizione delle colonie, oggi queste ex colonie rivendicano (giustamente) il loro diritto al benessere. Se milioni di cinesi che fino a cinquant’anni fa erano costretti a mangiare la corteccia degli alberi, oggi possono vivere una vita più dignitosa, e lo possono fare consumando di più e, ahinoi, inquinando di più.

Se le dieci città che crescono di più al mondo si trovano in Africa (Kampala, Dar es Salaam, Ouagadougou, Abuja…), questo è possibile con enormi e incontrollabili conseguenze ambientali.
Chi sano di mente potrebbe proporre un qualche controllo di questa crescita, non solo demografica?

I cambiamenti climatici ormai – ed era ora – fanno parte della discussione pubblica, e forse per la prima volta nella storia dell’umanità, un problema sovranazionale è stato fatto emergere da un movimento sovranazionale che, anche in Africa, ha registrato molte adesioni.

E se ancora una volta facciamo l’errore di guardare dall’alto in basso l’Africa, ad esempio, sulla produzione di energie rinnovabili, facciamo l’ennesimo errore di valutazione. Due esempi: in Kenya, da qua a qualche anno, il 71% dell’energia utilizzata sarà rinnovabile (soprattutto geotermica, solare ed eolica) e in Marocco è stato inaugurato nel 2016 il più grande impianto solare a concentrazione del mondo. Molto più e molto meglio del 43% dell’energia pulita che si produce in Italia. Lasciamo dunque perdere la teoria per cui noi siamo meglio e loro peggio e lavoriamo per un futuro migliore, insieme.

 

giovanni pigattoGiovanni Pigatto, una passione per la politica e per la storia. Scrive di Africa e cura il podcast “Ab origine” su storia, politica e società del continente nero.
Una laurea in lettere moderne a Trento e tanta voglia ancora di imparare..

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