Tra il nuovo Congresso americano, la presenza spesso predatoria di Pechino e il peso di giganti come Nigeria ed Etiopia: in questa intervista esclusiva Dario Fabbri smonta i luoghi comuni e analizza le reali dinamiche di potere nel continente
di Stefano Pancera
Dario Fabbri non ha bisogno di grandi presentazioni. A 48 anni è uno degli analisti geopolitici più conosciuti dal pubblico italiano, un volto familiare della televisione, dove da anni racconta e interpreta gli equilibri internazionali, i conflitti e le trasformazioni del nostro tempo. Ha lavorato dal 2013 al gennaio 2022 per Limes, la rivista fondata e diretta da Lucio Caracciolo, ricoprendo il ruolo di consigliere scientifico e coordinatore per l’America. Per otto anni, dal 2014 al 2022, ha condotto Radio3 Mondo su Rai Radio 3. Sono arrivati poi i podcast (Imperi, Stati di tensione, Nove minuti) e, nel 2022, la nascita di Domino, il mensile di geopolitica fondato insieme a Enrico Mentana, di cui Fabbri ha assunto la direzione editoriale. A caratterizzare il suo lavoro è soprattutto un metodo di analisi che lui stesso ha definito «geopolitica umana»: un modo di leggere le vicende internazionali che cerca le ragioni profonde dei comportamenti collettivi, prima ancora delle decisioni dei governi e dei loro leader.
Per Fabbri, la storia non si comprende soltanto attraverso l’economia, la diplomazia o i rapporti di forza militari. Occorre apprendere il punto di vista dei popoli, la loro percezione di sé, conoscerne le culture, le paure, le aspirazioni e le psicologie inconsce collettive.
Nelle sue conferenze, Stati Uniti, Cina, Russia e Medio Oriente occupano spesso il centro della scena. Le vicende africane trovano spazio nelle sue analisi, ma raramente costituiscono il filo conduttore del racconto.
Un’eccezione significativa risale al settembre 2023, quando Domino dedicò al continente un intero numero, intitolato Africa addio. Il dossier analizzava il progressivo arretramento dell’influenza europea di fronte all’avanzata di nuovi protagonisti come Cina, Russia e Turchia.
A oltre tre anni di distanza, le questioni sollevate da quel dossier sono ancora aperte. L’uscita, lo scorso 3 novembre, del suo nuovo libro L’impero e il diluvio. Perché gli americani riscoprono la storia. E attaccano noi (Rizzoli, 2026, 192 pagine, 19 euro) ci offre l’occasione per riprendere il discorso.
Nei giorni scorsi hai detto che non bisogna sopravvalutare le conseguenze concrete delle elezioni di midterm. Eppure, l’ondata blu del Partito Democratico ha conquistato la maggioranza sia alla Camera sia al Senato, infliggendo una pesante sconfitta politica a Trump.
Questi risultati sono importanti perché sono un referendum sull’operato dell’amministrazione americana, quindi hanno un valore d’opinione che in una democrazia non è un dettaglio. Però se immaginiamo che questo rappresenti la svolta delle svolte sull’andamento della politica degli Stati Uniti, questo no. Anzitutto perché non c’è stato il cambio della classe dirigente: l’amministrazione è sempre quella. Oltre a questo, perché nel caso specifico Trump non è che in questi anni abbia governato attraverso il Congresso. La sua interlocuzione casomai è stata, e sarà, con la magistratura.
Trump sceglie un tema, fa un ordine esecutivo, o glielo bocciano o glielo approvano, ma sono i magistrati a farlo, spesso la Corte Suprema. Questo rimarrà. La difficoltà vera è quella che noi chiameremo «legge di bilancio», cioè il potere dei fondi del Congresso. Lì adesso Trump avrà difficoltà. Per il resto, il suo modo di governare resterà quello.
Nel tuo ultimo libro, L’impero e il diluvio, tra America e Cina, dove sta l’Africa?
Di Africa si parla, e questo a me ha sempre fatto molto sorridere, come un monolite, come a volte gli americani parlano dell’Europa. Ma che vuol dire? Quante Afriche esistono? Innumerevoli. Il discorso intorno all’Africa da noi è sempre lo stesso. Perdonami questa formula che è oscena, mi scuso anche dell’usarla, non è certo la mia: quella che dice «aiutiamoli a casa loro», ecco siamo sempre lì. Oppure «insegniamo loro il know-how» in modo che non rompano le scatole, perdona l’espressione, ma il razzismo spesso arriva a questo. Ci sono invece grandi realtà interne all’Africa misconosciute, io parlo in senso geopolitico, proprio come potenze. Facciamo un esempio: l’Egitto è un Paese con enormi difficoltà, ma non si può dire che non sia una potenza. L’Etiopia è una realtà dalla storia millenaria, erede di una tradizione imperiale che affonda le radici nell’antichità. Non è però una nazione omogenea, ma un Paese nel quale convivono numerosi popoli, con lingue, culture e identità differenti, spesso attraversato da rivalità e tensioni che continuano a segnare la cronaca politica. Eppure, resta una delle grandi realtà storiche e geopolitiche del continente. Per non parlare della Nigeria, il Paese più popoloso dell’Africa, una potenza demografica, economica e culturale di straordinaria rilevanza. O del Sudafrica, la S dei BRICS, che rappresenta un caso ancora diverso, profondamente segnato dall’esperienza coloniale e dall’apartheid, ma che conserva un ruolo di primo piano negli equilibri politici ed economici africani.
Quali conseguenze il nuovo Congresso potrebbe avere sulla politica americana verso i Paesi africani, considerando che è proprio il Congresso a decidere gli stanziamenti federali?
La decisione dell’amministrazione Trump di negare una parte consistente degli aiuti americani ha avuto conseguenze pesanti in diversi Paesi africani (non devo certo dirlo io), soprattutto sui programmi di lotta all’HIV/AIDS, sull’assistenza sanitaria e sugli interventi umanitari. Ma qualcosa potrebbe cambiare dopo le elezioni di midterm. Negli Stati Uniti, infatti, è il Congresso ad avere il potere di approvare i finanziamenti pubblici. Con la nuova maggioranza democratica, dal 2027 potrebbe quindi cambiare la quantità di risorse destinate a questi programmi e, di conseguenza, anche il rapporto tra Washington e i singoli governi africani. Quello che può cambiare, dunque, rientra nel quadro di quello che dicevo prima: i cordoni della borsa non sono del Presidente, sono del Congresso. Tuttavia c’è da dire, per essere molto onesti, che l’opinione pubblica americana in questa fase non ha a cuore il tema della cooperazione. Molti cittadini, soprattutto democratici, ne riconoscono l’importanza, ma questo non significa che siano necessariamente favorevoli a un aumento della spesa.
La Cina ha costruito da tempo un rapporto privilegiato con molti Paesi africani. Si tende a spiegare questo successo anche con il fatto che Pechino, a differenza delle grandi potenze europee, non porta con sé il peso di un passato coloniale in Africa. Ma mi chiedo se non ci sia una ragione più profonda, che spesso trascuriamo: è possibile che i cinesi abbiano studiato meglio antropologia culturale e siano più bravi degli occidentali a comprendere i popoli e le società africane?
È una bella domanda. Meglio degli americani, senz’altro! Anche se i cinesi sono profondamente autoreferenziali e si sentono il centro dell’umanità. Però hanno certamente più curiosità degli occidentali, ci vuole poco. In Africa i cinesi estraggono risorse e costruiscono le infrastrutture utili soprattutto a estrarre le risorse, la sostanza resta predatoria. Chi ha un atteggiamento diverso, più stanziale, in Africa sono i turchi, nel Corno d’Africa anzitutto, in Somalia, ma anche in Libia.
Hai sempre detto che le nazioni, gli imperi, i Paesi vanno letti attraverso lo sguardo che i loro popoli hanno della propria storia.
Sì, è così e vale anche per l’Africa. La storia è ciclica, quindi le cose cambiano. Credo che con la crescita demografica inevitabilmente verrà anche una crescita di potenza. L’Africa è composta di esseri umani, esattamente come tutti gli altri continenti del mondo. Perché dico questa banalità? Perché poi le potenze si scontrano fra di loro anche internamente. Non è che l’Africa sia un luogo in cui gli africani stanno insieme perché hanno una percezione di sé africana. Il panafricanismo è soprattutto un’ideologia. Il futuro non sarà soltanto crescita demografica, ma anche espressione di potenza che si paleserà meglio, forse tra qualche decennio, ma che già è presente tra quelle che ho citato.



