di Andrea Stucchi – Centro Studi Amistades
Il caldo record della scorsa estate ha riportato in primo piano un dibattito ricorrente: l’aria condizionata ci protegge dal caldo, ma è anche parte del problema che genera quel caldo. Un paradossao che riguarda in modo molto diverso chi può permettersi di risolverlo e chi no. In Africa c’è però chi sta sperimentando delle alternative
Nell’agosto 2026 molti Paesi africani hanno registrato il mese di agosto più caldo. In Tunisia, secondo l’Istituto nazionale di meteorologia, l’estate è stata la più calda dal 1950, con 49,7 °C a Kairouan. In Algeria, uno studio dell’Università di Biskra (Theoretical and Applied Climatology, 2025) mostra che le ondate di calore sono raddoppiate dal 1981: nel 2023 la più lunga è durata 51 giorni consecutivi e la temperatura massima media durante le ondate è salita da 44,9 °C a 46,8 °C. L’intensità e gli effetti del caldo, però, cambiano molto da una regione all’altra: il Nord Africa, il Sahel, l’Africa orientale, quella australe e le megalopoli costiere del Golfo di Guinea affrontano condizioni climatiche, durata delle ondate e capacità dei servizi pubblici molto diverse.
Il dibattito si è concentrato sull’aria condizionata, anche in Europa: ci protegge dal caldo, ma contribuisce a produrlo. Da un lato la domanda di raffrescamento cresce ogni anno, dall’altro il crescente ricorso ai sistemi di climatizzazione alimenta il consumo energetico e le emissioni che contribuiscono ulteriormente al riscaldamento globale. Un paradosso con ben tre dimensioni da osservare. La prima è energetica: raffreddare un ambiente richiede elettricità e, se questa viene da fonti fossili, più condizionatori significano più emissioni di CO2. La seconda è tecnica e meno nota: i gas refrigeranti dei circuiti di raffreddamento, gli idrofluorocarburi (HFC), hanno un potenziale di riscaldamento globale molto superiore a quello della CO2 quando vengono dispersi in atmosfera per perdite o smaltimento improprio. La terza è urbana: il condizionatore non elimina il calore, lo sposta all’esterno. Insieme a traffico, asfalto e densità edilizia, contribuisce all’effetto isola di calore, che rende le città più calde delle aree rurali circostanti, soprattutto di notte, e alimenta una spirale: più caldo, più climatizzazione, ancora più calore nelle strade.
Secondo il rapporto Global Cooling Watch dell’Unep, presentato alla COP30 di Belém nel novembre 2025, nel 2022 refrigerazione e condizionamento hanno emesso 4,1 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente: circa un terzo per le perdite di refrigerante, due terzi per il consumo energetico. Senza un’azione coordinata la domanda globale di raffreddamento potrebbe triplicare entro il 2050, portando le emissioni del settore a 7,2 miliardi di tonnellate. L’Unep propone una Sustainable Cooling Pathway fondata su raffrescamento passivo (progettazione degli edifici, ombreggiamento, ventilazione naturale), standard minimi di efficienza per gli apparecchi e rapida sostituzione degli Hfccon refrigeranti a basso impatto. Solo 54 Paesi hanno però politiche che coprano tutti e tre gli ambiti, e i divari maggiori si registrano in Africa e nell’area Asia-Pacifico, dove la domanda crescerà più in fretta.
In questo, una premessa è indispensabile. Il continente africano ha contribuito in misura molto ridotta alle emissioni globali, e la sua domanda di raffrescamento parte da livelli bassissimi. Per milioni di persone, inoltre, raffrescare non è una questione di comfort. Significa proteggere la salute di bambini, anziani e lavoratori all’aperto, conservare cibo e vaccini, poter lavorare e studiare nelle ore più calde. È un tema di diritti. I dati sui mercati del raffrescamento africani restano scarsi, come segnalava già l’Unep nel 2021. Il dato più solido riguarda l’accesso all’elettricità, che secondo la Banca africana di sviluppo manca ancora a quasi 600 milioni di persone: più del 40% della popolazione del continente. Per confronto, in Europa i condizionatori sono presenti in circa il 20% delle abitazioni secondo la Iea, ma anche lì con forti differenze di reddito. A livello globale, uno studio pubblicato nel 2026 sul Journal of Environmental Economics and Management (25 Paesi, il 62% della popolazione mondiale) stima che possedere un condizionatore aumenti in media del 36% il consumo elettrico domestico, con grandi variazioni legate a clima, reddito e contesto nazionale.
Secondo il rapporto State of the Climate in Africa 2025, pubblicato dalla World Meteorological Organization lo scorso giugno, il continente si scalda a un ritmo superiore alla media globale. Nel solo 2025 eventi meteorologici e climatici estremi, più della metà dei quali inondazioni, hanno colpito almeno 13 milioni di persone e causato oltre 3.000 morti. Solo il 40% dei Paesi africani dispone di sistemi di allerta precoce multirischio. Più che dall’assenza di esposizione al rischio, la vulnerabilità dipende da ciò che condiziona la capacità di una risposta: reti elettriche sottoinvestite, debito pubblico che limita la spesa, accesso difficile alla finanza climatica. Circa il 5% delle famiglie dell’Africa subsahariana possiede un condizionatore (dati Iea), e la domanda di energia per ventilatori e climatizzatori potrebbe quadruplicare nel prossimo decennio, spinta da urbanizzazione e cambiamento climatico. Il vincolo, sottolinea la stessa Iea, non è solo il reddito: è una rete elettrica instabile e un’erogazione imprevedibile. Va ricordato anche che la tecnologia di raffrescamento realmente più diffusa nelle case non è il condizionatore ma il ventilatore, molto più economico ed efficiente, e che ogni strategia seria dovrebbe partire da lì.

La Nigeria, il Paese più popoloso del continente (circa 238 milioni di abitanti nel 2025 secondo la Banca mondiale, circa 360 milioni attesi nel 2050 secondo l’Onu), mostra bene questa doppia trappola. Nel 2024, secondo la Banca mondiale, il 62,5% dei nigeriani aveva accesso all’elettricità, ma anche chi è collegato subisce interruzioni frequenti: a febbraio 2026, per il regolatore Nerc, la capacità media disponibile era di 4.384 MW su 13.625 MW installati, il 32%. Il 70,7% delle imprese nigeriane, secondo la Banca africana di sviluppo, possiede o condivide un generatore diesel o a benzina. Il risultato rovescia l’intuizione comune sulla cooling poverty: chi a Lagos può permettersi un condizionatore deve spesso alimentarlo con un generatore privato, pagando il carburante molto più dell’elettricità di rete e aggiungendo emissioni locali all’inquinamento urbano. Il raffrescamento costa quindi di più, in termini economici e ambientali, che a chi è collegato a una rete stabile. Lagos, inoltre, è una megalopoli costiera esposta all’innalzamento del livello del mare, che secondo la Wmo ha già sfollato residenti in diverse aree. Il caldo urbano si somma a un’umidità elevata, e il rischio è maggiore negli insediamenti informali, dove la ventilazione è limitata e l’isolamento termico spesso assente, anche se in questi stessi quartieri le comunità mettono in campo strategie di adattamento quotidiane.
Lagos non rappresenta l’intero continente. In Paesi come Egitto e Sudafrica, per esempio, il condizionatore è molto più diffuso, mentre nel Sahel le sfide sono legate a temperature estreme e a risorse energetiche ancora più limitate. È proprio questa varietà a rendere inadatta una ricetta unica. La soluzione non può essere semplicemente diffondere in Africa il modello di raffrescamento meccanico che ha dominato altrove. Sarebbe l’esatto contrario di ciò che serve: più domanda elettrica su reti ancora largamente fossili, più refrigeranti, più isole di calore. Ma sarebbe anche ingiusto chiedere al continente che ha contribuito meno al riscaldamento globale di rinunciare a una protezione che altrove è considerata ovvia. La domanda giusta non è se raffrescare, ma come, con quali tecnologie e a quali condizioni, e chi decide.
Il continente non parte da zero. L’architettura in terra del Sahel, dalla Grande Moschea di Djenné alle case hausa, sfrutta l’inerzia termica di muri spessi, piccole aperture e cortili. La casa a impluvium della Casamance, in Senegal, cattura l’aria e raccoglie l’acqua piovana. Le torri del vento egiziane (malqaf) incanalano la ventilazione, e l’architetto egiziano Hassan Fathy ne ha ripreso i principi nel Novecento, con una riflessione sull’edilizia in terra per le popolazioni a basso reddito. Lo stesso vale per la progettazione contemporanea: gli edifici scolastici del burkinabé Francis Kéré, premio Pritzker 2022, usano ombra, ventilazione naturale e mattoni di argilla locale; lo studio atelier masōmī della nigerina Mariam Kamara lavora con terra e ventilazione passiva; in Nigeria, la startup ColdHubs sviluppa celle frigorifere a energia solare per conservare gli alimenti nei mercati.

Un esempio molto citato è l’Eastgate Centre di Harare, in Zimbabwe, complesso di uffici e negozi progettato dall’architetto Mick Pearce e inaugurato nel 1996, che non ha mai avuto un impianto di aria condizionata convenzionale. Pearce si ispirò ai termitai: quarantotto camini in mattoni catturano l’aria fresca notturna e la distribuiscono di giorno, mentre le grandi masse di cemento accumulano calore e lo rilasciano di notte. Secondo le stime più citate l’edificio consuma circa il 35% di energia in meno rispetto a uno equivalente con raffreddamento tradizionale. Le ricerche più recenti sui termitai hanno in parte corretto l’ipotesi originaria di Pearce sul loro funzionamento, senza intaccare l’efficacia della soluzione architettonica. Resta però un caso, non una regola, e va letto accanto ai saperi progettuali locali, non al posto loro.
Se esistono soluzioni adatte al clima, perché molte città africane crescono con modelli edilizi importati? Le ragioni sono storiche ed economiche. L’urbanistica coloniale ha imposto forme di città e tipologie edilizie pensate per altri climi, e molti codici edilizi nazionali ne sono ancora eredi. Vetro, cemento e acciaio sono associati a modernità e status, mentre i materiali locali, come la terra, sono spesso stigmatizzati come provvisori. Le filiere di importazione di materiali e apparecchi, i modelli dei grandi progetti finanziati dall’esterno e la scarsità di standard che valorizzino il raffrescamento passivo fanno il resto. Il risultato è che a rischiare di perdere un patrimonio di conoscenze costruttive sono innanzitutto le città africane stesse, che devono combinare saperi locali, materiali, ricerca e tecnologie efficienti, tra cui l’energia solare e i refrigeranti a basso impatto.
Il nodo, allora, non è tecnologico ma politico. A decidere il modello di raffrescamento delle città africane nei prossimi decenni saranno governi nazionali e municipalità, che definiscono codici edilizi e politiche energetiche; progettisti, ricercatori e imprese africane; comunità e abitanti, che conoscono i bisogni reali. Ma contano anche i vincoli esterni: il debito, gli standard internazionali, i finanziatori e la finanza climatica, il commercio di apparecchi usati o poco efficienti.



