Torture, esecuzioni e contrabbando: l’accusa di Amnesty sulle miniere dell’est congolese

di Tommaso Meo

Un nuovo rapporto documenta esecuzioni sommarie e il traffico illegale di coltan e oro nell’est della Repubblica Democratica del Congo. L’ong chiede uno stop all’acquisto di risorse dal Ruanda e l’intervento di Ue e Unione Africana

di Céline Camoin

Amnesty International ha accusato i ribelli dell’M23 di aver commesso «orribili violazioni dei diritti umani» nei confronti di minatori artigianali nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo (Rdc), dove il gruppo gestisce l’esportazione illegale di oro e coltan verso il Ruanda, con l’aiuto delle autorità del Paese confinante.

In un rapporto pubblicato dall’organizzazione non governativa, si parla esplicitamente di esecuzioni sommarie, torture, maltrattamenti, detenzioni arbitrarie, lavoro forzato e reclutamento con la forza. L’indagine mostra come i combattenti dell’M23 abbiano costretto i minatori a estrarre minerali, obbligandoli spesso a rimanere sottoterra per più di una settimana di fila nelle miniere di coltan di Rubaya (provincia del Nord Kivu) e nella miniera d’oro di Lomera (Sud Kivu).

Le violazioni potrebbero configurarsi come crimini di guerra e gravi violazioni del diritto internazionale umanitario. Queste violenze, secondo Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International, «hanno lo scopo di punire i minatori e chiunque viva o lavori nelle miniere o nelle zone limitrofe, instillando il terrore mentre i minerali vengono contrabbandati illegalmente in Ruanda, che continua a trarre profitto dallo sfruttamento delle risorse della Rdc».

L’appello a Unione Africana e Ue

Callamard ha lanciato un appello all’Unione Africana affinché adotti misure «ben più incisive di quelle finora intraprese per fermare questo saccheggio, alimentato dall’insaziabile bramosia dei Paesi di tutto il mondo per i minerali africani strategici. La mancanza di un fronte unito contro questo scempio e contro le orribili violazioni che ne derivano non farà altro che incoraggiare altri a seguire l’esempio».

Amnesty International ha invitato tutti gli Stati e le aziende a interrompere l’acquisto di coltan e oro dal Ruanda — compresi i fornitori e gli impianti di raffinazione in Paesi terzi — finché lo Stato ruandese non fornirà prove concrete di non ricevere più minerali estratti o trasportati illegalmente dalla Rdc. Secondo la ong autorità di Kigali devono inoltre garantire che nessun cittadino ruandese, armato o disarmato, sia presente o coinvolto nelle violazioni dei diritti umani nei siti di Lomera e Rubaya.

All’Unione Europea, viene chiesto invece di non stipulare alcun accordo commerciale o minerario riguardante la miniera di Rubaya o altri siti controllati dall’M23, finché gli osservatori internazionali per i diritti umani e le organizzazioni di monitoraggio indipendenti non potranno accedervi liberamente e senza restrizioni. L’M23 controlla oggi decine di miniere artigianali nel Nord e nel Sud Kivu, da cui dipende il sostentamento di decine di migliaia di persone, monitorandone rigorosamente gli accessi ed evitando qualsiasi ispezione esterna.

La complicità di Kigali e il ruolo dei civili-combattenti

Per stilare il rapporto, Amnesty International ha intervistato 26 persone tra minatori artigianali, esperti del settore, proprietari di impianti e familiari delle vittime, analizzando anche materiale fotografico e video proveniente direttamente dai siti.

Le testimonianze concordano sulla presenza costante di cittadini ruandesi a Rubaya e Lomera. A Rubaya, secondo quanto riferito dai minatori, alcuni ruandesi svolgono un doppio ruolo: lavorano come minatori civili o gestori dei siti, ma partecipano anche ai combattimenti al fianco dell’M23 quando necessario. In entrambi i siti, le guardie (molte delle quali identificate come ruandesi per via dell’uso della lingua kinyarwanda) collaborano attivamente con l’M23 nel picchiare e sottomettere i lavoratori. Né l’M23 né i funzionari del governo ruandese hanno risposto alle richieste di commento inviate da Amnesty International.

Esecuzioni sommarie, container-prigione e la barbarie delle “ndake”

L’organizzazione ha documentato l’esecuzione sommaria di 18 minatori artigianali nelle miniere di Rubaya e Lomera: dieci sono stati picchiati a morte, due uccisi a colpi d’arma da fuoco e sei rapiti e successivamente ritrovati privi di vita.

Nei pressi della miniera di Rubaya, l’M23 impiega tre container metallici come celle di detenzione temporanee. Un testimone ha raccontato ad Amnesty di aver sentito urla disperate provenire dall’interno durante le sessioni di tortura: «È meglio morire che essere rinchiusi lì», ha dichiarato. L’ong ha inoltre confermato l’uso di prigioni sotterranee scavate nel terreno, note come ndake. In una di queste fosse, più di 20 minatori sono stati rinchiusi e picchiati tre volte al giorno dai ribelli.

Infine, le miniere vengono usate anche come centri per il reclutamento forzato: sette minatori hanno raccontato di essere stati imprigionati dall’M23 e minacciati di essere inviati nei campi di addestramento militare del gruppo se non avessero pagato un riscatto in denaro. Prove dettagliate dimostrano che l’oro e il coltan estratti in queste condizioni estreme alimentano una rete di contrabbando ben consolidata verso il Ruanda.

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