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Edizione del 13/08/2026

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Rivista Africa
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coltan

    FOCUS

    Sangue, oro e coltan: il sistema che svuota la Repubblica Democratica del Congo

    di Tommaso Meo 8 Luglio 2026
    Scritto da Tommaso Meo

    L’ultimo rapporto delle Nazioni Unite scoperchia il doppio binario del contrabbando nell’est del Paese: l’oro dell’Ituri vola in Uganda, mentre il coltan di Rubaya finisce in Ruanda grazie ai ribelli dell’M23. E una fitta galassia di società di facciata ripulisce risorse sporche sul mercato ufficiale

    di Céline Camoin

    Un saccheggio sistematico e strutturato che svuota le risorse della Repubblica Democratica del Congo per alimentare le economie dei Paesi vicini e finanziare i gruppi armati che insanguinano la regione. È la fotografia impietosa scattata dall’ultimo rapporto del Gruppo di esperti delle Nazioni Unite presentato al Consiglio di sicurezza a giugno 2026. Il documento svela una fitta rete di contrabbando che si muove su due binari paralleli: da una parte l’oro dell’Ituri che sparisce verso l’Uganda, dall’altra i minerali critici come coltan e cassiterite che, sotto il controllo dei ribelli dell’M23, vengono riciclati direttamente sul mercato ufficiale del Ruanda attraverso società di facciata.

    La rotta verso l’Uganda

    La maggior parte della produzione d’oro del territorio di Djugu, nella provincia congolese dell’Ituri continua a non essere dichiarata e a essere contrabbandata fuori dal Paese, principalmente verso l’Uganda. Da novembre 2025 a maggio 2026 erano operativi due grandi siti di estrazione alluvionale semi-meccanizzata. La loro espansione ha coinciso con un aumento di 14 tonnellate nelle esportazioni di oro ugandese nel 2025, a fronte di appena 559 chilogrammi ufficialmente esportati dall’Ituri nello stesso anno. Di questa quota minima, 226 kg provenivano da operazioni semi-meccanizzate a Mambasa, mentre 292 kg sono stati esportati dalla Drc Gold Trading, che ha tuttavia negato di rifornirsi dalle cooperative di Djugu.

    Gli esperti descrivono «modelli ben documentati di contrabbando strutturale di oro dall’Ituri all’Uganda», un quadro che persiste «nonostante gli impegni assunti dalle compagnie per regolarizzare le operazioni e pagare le tasse allo Stato».

    Il primo sito citato nel rapporto si trova sulle rive del fiume Shari, tra Mabanga e Nizi. Le stime minime di produzione tra marzo 2024 e marzo 2026 variano da tre a otto tonnellate d’oro, per un valore compreso tra i 300 e gli 800 milioni di dollari (in base ai prezzi medi del 2025). Le immagini satellitari hanno inoltre rivelato un aumento dell’attività mineraria di circa il 50% nel solo 2025.

    Il secondo sito si trova a circa 25 chilometri a nord-ovest di Mongbwalu, lungo gli affluenti del fiume Ituri, nei pressi di Yedi. Dall’inizio del 2025, un’area di circa 12,5 chilometri quadrati è stata intensamente sfruttata. Anche secondo stime molto prudenti, la produzione cumulativa di oro da inizio 2025 avrebbe superato le due tonnellate.

    Il controllo dell’M23 e il sacco di Rubaya

    Anche nelle aree controllate dal gruppo ribelle M23, sostenuto dal Ruanda, l’attività mineraria intorno a Rubaya, nel Nord-Kivu, è aumentata in modo sostanziale. Gli esperti Onu spiegano che i ribelli hanno continuato a imporre tasse a tutti gli attori della filiera estrattiva e di approvvigionamento, destinando buona parte dei minerali al Ruanda.

    Repubblica Democratica del Congo, Kivu del Nord, Masisi, Rubaya. Il coltan, un metallo raro utilizzato per la produzione di telefoni cellulari e computer, è una miscela di columbite e tantalite. Foto: Marco Gualazzini/Getty Images Vincitore del Premio per la Fotografia Editoriale 2013.

    «Grandi quantità di minerale provenienti da Rubaya e da altri siti nel territorio di Masisi hanno continuato a essere introdotte clandestinamente in Ruanda», si legge nel documento. Secondo il rapporto, tra i principali intermediari del traffico figura Bazimazika Kabano Bazinga, a cui l’M23 avrebbe affidato il coordinamento delle attività di estrazione artigianale nell’area. Le entrate maggiori per il gruppo armato provengono da una tassa applicata direttamente nella fase di commercializzazione: quattro dollari per ogni chilogrammo di coltan e due dollari per ogni chilogrammo di cassiterite.

    Il trasporto dei minerali da Rubaya a Kigali (Ruanda) seguiva un sistema di spedizioni rigorosamente controllato. L’M23 emetteva vere e proprie fatture fiscali per ogni chilogrammo in uscita da Rubaya e Mubambiro, da saldare a consegna effettuata. Una volta giunto a destinazione, il vettore pagava le tasse dovute depositando gli importi su un conto presso la Equity Bank intestato a Patient Haba, coordinatore finanziario provinciale del movimento ribelle.

    A fare da sponda a questo traffico è una fitta rete di società di esportazione costituite da poco con sede a Kigali, che a partire dal 2025 ha assorbito enormi flussi di coltan proveniente dalle aree di conflitto. Sigle come Rani Mining, 3U Mining, Kanzamin e Philbert Trading hanno acquistato e registrato regolarmente centinaia di tonnellate di minerali nei propri registri doganali.

    Come confermato da prove documentali e intercettazioni audio, dietro queste aziende si muovono spesso intermediari e figure già note in passato alle autorità per contrabbando e violazioni dei protocolli internazionali di tracciabilità. Questo collaudato meccanismo di compravendita dimostra come l’intera filiera estrattiva, originariamente blindata e controllata dai ribelli dell’M23, sia ormai perfettamente ripulita e integrata all’interno del mercato ufficiale ruandese.

    I numeri dell’anomalia ruandese

    L’impennata delle esportazioni ufficiali dal Ruanda coincide perfettamente, sia per tempistiche sia per volumi, con l’intensificarsi del contrabbando dalle zone controllate dai ribelli. Nel 2025, le esportazioni ruandesi di cassiterite sono balzate del 58%, passando da 4.859 a 7.700 tonnellate: un dato macroscopico, persino superiore all’intera produzione ufficiale registrata nel Sud Kivu nel 2024.

    Un membro del movimento M23 porta con sé delle armi durante una cerimonia di arruolamento di civili, agenti di polizia ed ex membri delle Forze Armate della Repubblica Democratica del Congo (Fardc) che hanno deciso di unirsi al movimento. Foto: Luis Tato/Afp

    A confermare l’anomalia ci sono i dati industriali: il principale produttore locale e l’unica raffineria di stagno del Ruanda (che coprivano il 60% delle esportazioni nel 2024) non hanno registrato incrementi produttivi nel 2025. Per giustificare una simile crescita basandosi solo sull’estrazione interna, la produzione dei piccoli minatori ruandesi avrebbe dovuto miracolosamente triplicare, un’ipotesi smentita dalla totale assenza di nuovi investimenti o scoperte nel settore.

    Il 2 aprile di quest’anno, il Gruppo di esperti delle Nazioni Unite ha inviato una formale richiesta di chiarimenti al governo di Kigali in merito all’anomalo boom di esportazioni di cassiterite e coltan, e rimane tuttora in attesa di una risposta.

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    8 Luglio 2026 0 commentI
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