Sarebbero almeno sette gli operatori sanitari americani attualmente in quarantena presso il centro di isolamento anti Ebola creato dagli Stati Uniti nella base aerea di Laikipia, contea di Nanyuki, nel Kenya centrale, una struttura che ha causato molte polemiche tra la popolazione e il governo locale. Non sono bastate le proteste, i morti in piazza, i ricorsi in tribunale, le sentenze dell’Alta Corte e le promesse della politica: il centro di trattamento riservato a cittadini americani in Kenya, alla fine, è stato aperto.
Il gruppo Samaritan’s Purse, che opera in varie zone colpite da disastri in tutto il mondo e fronteggia l’epidemia di Ebola in Repubblica Democratica del Congo, ha sette membri del suo staff sul posto, ha detto Franklin Graham, presidente e Ceo di Samaritan’s Purse a Reuters. E ha aggiunto: «Nessuno di loro presenta sintomi, ma sono stati messi in quarantena dal governo keniano per 21 giorni». La notizia è stata confermata anche da un funzionario del Dipartimento di Stato americano, il quale ha dichiarato che un gruppo di cittadini statunitensi asintomatici, impegnati in prima linea nella lotta contro l’Ebola, si è «trasferito volontariamente nella struttura in Kenya per un monitoraggio e un isolamento precauzionali. Le autorità keniane hanno autorizzato il loro ingresso nella struttura sotto la supervisione dei medici del Servizio di sanità pubblica degli Stati Uniti» e la decisione è stata presa «esclusivamente per eccesso di cautela».
Secondo fonti Africa Rivista a Nanyuki, questi operatori sanitari sarebbero arrivati nel centro all’inizio della scorsa settimana e sarebbero stati ospitati all’interno di alcune tende da campo all’interno della struttura: sono le prime persone a essere state messe in quarantena, ma il centro di fatto è ancora in limbo legale. A causa delle proteste, e di diversi ricorsi presentati da alcune organizzazioni, la struttura sanitaria americana è al centro di una causa legale ancora in corso, con un giudice che ha ordinato la sospensione delle attività sul sito fino a quando non verrà emessa una sentenza definitiva.
Mentre tutti pensavano che la vicenda si fosse chiusa con la promessa di «smantellamento» avanzata dal ministro della Salute, Adel Duale, che il 24 giugno aveva detto di avere ordinato l’interruzione dei preparativi per il centro di quarantena. Duale era stato condannato dall’Alta corte del Kenya per «oltraggio alla Corte», per aver ignorato l’ordine di sospensione dei lavori imposto dal tribunale in attesa di valutare un ricorso.
La nuova politica di Washington prevede che i cittadini americani di ritorno dalla Repubblica democratica del Congo debbano trascorrere tre settimane in un Paese terzo prima di poter tornare a casa: l’unità di bioisolamento keniana è tuttavia destinata unicamente ai cittadini americani esposti al virus in Rd Congo o in Uganda, ragion per cui ha suscitato l’ira di molti keniani, che accusano il governo di William Ruto e Washington di scaricare su altri il rischio sanitario derivante dalla cura dei pazienti. Inoltre, secondo Franklin Graham, la politica di distanziamento Usa ostacolerà la risposta all’epidemia: «Dovremmo ridurre notevolmente il nostro lavoro», ha detto Graham alla Reuters. «Questo ci creerà problemi nell’ottenere il personale di cui abbiamo bisogno».
Samaritan’s Purse, un gruppo cristiano evangelico che opera in varie zone colpite da disastri in tutto il mondo, ha aperto a giugno centri di trattamento per l’Ebola nella città congolese di Bunia e nel villaggio di Nyankunde, epicentro dell’epidemia. Secondo l’organizzazione, le strutture hanno una capacità complessiva di un centinaio di posti letto e hanno curato più di 270 pazienti dalla loro apertura. Graham ha detto che circa 80 cittadini statunitensi sono impiegati in queste strutture.



