A che punto siamo con il Piano Mattei per l’Africa?

di Tommaso Meo
Piano Mattei

di Maria Scaffidi

A due anni dal lancio, il governo rivendica l’espansione del Piano Mattei e lo presenta come un modello alternativo nel nuovo scenario della cooperazione internazionale, segnato dal calo degli aiuti e dalla spinta agli investimenti

Aggiornata al 30 giugno e trasmessa al Parlamento, la Terza Relazione annuale sullo stato di attuazione del Piano Mattei per l’Africa – varato ormai più di due anni fa dal governo italiano – passa in rassegna il lavoro fatto e mette in fila alcuni numeri. Dalla fase pilota che aveva visto il coinvolgimento di nove Paesi si è passati ai 18 attuali con l’ultimo ampliamento, lo scorso marzo sono entrati a farne parte Gabon, Repubblica Democratica del Congo, Ruanda e Zambia. In questi anni sono stati poi due i vertici Italia-Africa organizzati, il primo a Roma nel 2024, il secondo ad Addis Abeba a febbraio. I progetti in corso, riferisce poi la nota, sono 76.

Per quanto riguarda i finanziamenti, si è partiti da 5,5 miliardi di euro di dotazione iniziali; circa 1,2 miliardi di euro sono stati deliberati dal Comitato Tecnico del Fondo Italiano per il Clima per 15 interventi in Africa, di cui 936,7 milioni nel solo anno preso in esame dalla Relazione (1 luglio 2025 – 30 giugno 2026); 4 miliardi di euro di garanzie sono stati concessi da Sace a sostegno di investimenti nelle nazioni del Piano; 269 milioni di euro di crediti bilaterali italiani sono in corso di conversione in progetti di sviluppo, in un orizzonte decennale.

Una strategia di sistema

La Relazione ripercorre il consolidamento del Piano lungo le sue sei direttrici di intervento: acqua, agricoltura, energia, infrastrutture fisiche e digitali, istruzione, formazione e cultura, salute, con al centro il capitale umano e con un rafforzamento nel corso dell’anno nel settore del digitale e dell’intelligenza artificiale. Tra i risultati sbandierati anche il riconoscimento internazionale del Piano, il sempre maggiore raccordo con il Global Gateway dell’Unione Europea e il rafforzamento dell’architettura finanziaria, costruita attorno alla collaborazione con le principali istituzioni internazionali: l’accordo quadro con la Banca Mondiale, la partnership con la Banca Africana di Sviluppo nell’ambito della Mattei Plan-Rome Process Financing Facility, le garanzie della Commissione europea Terra e Rise, le sinergie con Undp, Ifc, Ifad, Fao e African Finance Corporation.

Il documento sottolinea inoltre la dimensione di Sistema Italia che caratterizza il Piano, con il coinvolgimento coordinato di ministeri, istituzioni finanziarie nazionali (Cdp, Sace, Simest), Regioni, enti locali, mondo universitario, terzo settore e diaspora africana in Italia. Inoltre – riferisce ancora la Relazione – il «raccordo con le principali istituzioni finanziarie internazionali conferisce al Piano una leva moltiplicativa ben superiore alla dotazione bilaterale, mobilitando capitali pubblici e privati attorno alle risorse italiane».

Interessante notare come nella Relazione si rivendichi «un paradigma che ha anticipato i tempi». In altre parole si sottolinea come il Piano Mattei rappresentasse al suo avvio una scommessa che è risultata “vincente” e che è stata “copiata” da altri Paesi europi (si citano Spagna, Francia, Germania e Regno Unito). La scommessa era quella di «ridefinire il rapporto tra una nazione europea e il continente africano su basi radicalmente diverse da quelle del passato, abbandonando la pura logica del dono e dell’assistenza per costruire partenariati fondati su interesse reciproco, co-progettazione e rispetto dell’autonomia delle controparti».

Una terza via?

Allargando lo sguardo, il Piano Mattei si inserisce nel più grande dibattito in corso sulla cooperazione allo sviluppo. Il calo degli aiuti da una parte – che è ormai generalizzato a livello globale anche se l’Italia sembra stia ancora tenendo – e le spallate con cui Donald Trump ha rimodellato il sistema statunitense spostandolo da una logica di aiuti pubblici a una logica commerciale hanno rimesso in discussione il mondo della cooperazione nei termini in cui è andato avanti per decenni. Eppure, scrive Giovanni Carbone in un’analisi pubblicata da Ispi qualche mese fa, tra questi due estremi – il vecchio modello degli aiuti pubblici e la strada trumpiana – l’Italia pur senza sbandierarla sta proponendo una terza strada che è quella riassunta nel Piano Mattei per l’Africa.

«Trade over aid» – scrive Carbone, che è capo del programma Africa di Ispi e docente di scienze politiche all’Università degli Studi di Milano – è la radicalizzazione di qualcosa di già visto: «L’intento americano ripropone nuovamente un equivoco noto, semplice e fuorviante, ovvero che lo sviluppo possa essere demandato quasi integralmente al mercato, sufficiente da solo a combattere e risolvere i nodi di povertà, fragilità, disuguaglianze e insicurezza che ancora tormentano diverse aree del mondo, e in particolare l’Africa subsahariana. Di più, la formulazione scelta dall’amministrazione Usa pretende di mettere completamente in alternativa tra loro investimenti e aiuti, strumenti che, nella realtà, non lo sono».

Sottolineando che per quanto estremi, i tagli americani alla cooperazione allo sviluppo sono tutt’altro che un fenomeno isolato e sono anzi trasversali a diversi Paesi (tra cui Germania, Regno Unito, Giappone e Francia), nella sua analisi Carbone sostiene che se il dibattito e le dinamiche in corso hanno ravvivato la «fuorviante» contrapposizione tra aiuti e investimenti, il Piano Mattei per l’Africa si inserisce in tutto questo in modo più originale e meno polarizzante. «Non aderisce all’idea di un mondo post-aiuti, ma nemmeno difende l’architettura tradizionale della cooperazione come se non ci fosse nulla da cambiare. Benché non lo dichiari in questi termini, esso sceglie piuttosto una sorta di “terza via”: sposta cioè il baricentro verso investimenti e scambi, ma conserva l’aiuto pubblico come modalità di intervento e di relazione».
Una terza via che si manifesta nel fatto stesso che l’Italia «non ha abbracciato la strada dell’aiuto residuale». Mentre molti donatori occidentali tagliano e riprogrammano, almeno per ora Roma – conclude Giovanni Carbone – mantiene un profilo relativamente più stabile, e anzi colloca il Piano Mattei dentro una strategia in cui gli aiuti pubblici allo sviluppo restano un pilastro.

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