di Giulia Beatrice Filpi
Mancanza di incentivi commerciali, tracciamento difficile e nodi logistici: le ricercatrici di Oxford spiegano perché la lotta contro il ceppo Bundibugyo è più complessa del previsto, mentre cresce il bilancio delle vittime
«Quali sono le sfide per la ricerca sul vaccino contro Ebola?». La rivista di divulgazione scientifica The Conversation lo ha chiesto a due studiose dell’Università di Oxford, Teresa Lambe e Rebecca Makinson, che fanno parte del gruppo al lavoro su un vaccino contro il ceppo Bundibugyo, responsabile dell’epidemia in corso in Repubblica Democratica del Congo (Rdc) e Uganda.
A differenza del ceppo Zaire, per cui esistono già due sieri approvati, il nuovo ceppo non ha ancora un suo vaccino, e data la differenza biologica tra le due varianti del virus, non è affatto detto che i vaccini sviluppati per Zaire offrano una protezione efficace anche contro Bundibugyo.
«Rispetto a quanto accaduto in casi precedenti, siamo in ritardo nella risposta – ha spiegato Makinson – I primi test su questa epidemia sono stati effettuati su un’altra specie di Ebola. Abbiamo quindi perso un momento iniziale fondamentale in cui si identifica il virus che causa la malattia, e solo in un secondo tempo abbiamo scoperto che si trattava del ceppo Bundibugyo». Si ipotizza che quest’ultimo, secondo la scienziata, sia un agente patogeno zoonotico, ovvero che circoli negli animali e occasionalmente si possa trasmettere all’uomo.
«L’ipotesi principale che abbiamo è che alcune specie di pipistrelli della frutta fungano da serbatoio naturale. Lo pensiamo perché virus Ebola correlati sono stati collegati ai pipistrelli. Abbiamo rilevato materiale genetico virale in questi animali. Ma c’è ancora molto lavoro da fare sul Bundibugyo».a
La sfida principale, osserva la studiosa, riguarda i finanziamenti e gli aspetti logistici: «A differenza, ad esempio, dell’influenza o del Covid, i virus Ebola colpiscono relativamente poche persone a livello globale, sebbene le epidemie siano terribili. Semplicemente non c’è quel normale incentivo di mercato che si otterrebbe per le aziende farmaceutiche. Lo sviluppo di un vaccino può essere davvero costoso e il ritorno commerciale è limitato».
«Gran parte dei progressi nello sviluppo dei vaccini dipende dai governi, dalle organizzazioni non profit e da organismi internazionali come l’Oms (Organizzazione mondiale della sanità, Ndr)– spiega ancora Makinson – Gli altri virus Ebola che hanno causato un maggior numero di focolai sembrano aver ricevuto la priorità».
È di questi giorni un appello di Unicef e Gavi, l’alleanza per i vaccini, rivolto a sviluppatori e produttori farmaceutici per accelerare la ricerca, lo sviluppo e la produzione di un vaccino ad hoc per la nuova epidemia. Gavi ha stanziato per l’emergenza 46,5 milioni di euro tramite il proprio fondo di prima risposta; di questa somma, fino a 37,2 milioni di euro saranno utilizzati per lo sviluppo di un vaccino.
C’è poi una sfida pratica. I focolai si verificano spesso in regioni con infrastrutture sanitarie limitate. Una volta sviluppato un vaccino, bisogna essere in grado di produrlo, trasportarlo, conservarlo e distribuirlo alla popolazione con sufficiente rapidità da arrestare la trasmissione, e questo non è sempre possibile.
Da parte sua, Teresa Lambe cita il problema del tracciamento dei contatti: «Quando si conducono sperimentazioni sui vaccini in questo tipo di aree, in genere si vaccinano i contatti. Ma se non si riescono a rintracciare i contatti, non sarà possibile vaccinarli. E c’è molto scetticismo nei confronti dei vaccini». Anche gli scienziati sociali, per la ricercatrice, hanno un ruolo importante da svolgere nell’ambito di questo focolaio.
Secondo gli ultimi dati disponibili, nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo si contano già 1.274 casi confermati e 360 morti, tra i quali si registrano anche diversi bambini. In Uganda si segnalano invece 20 casi confermati e due morti. Il ceppo Bundibugyo ha un tasso di mortalità compreso tra il 30% e il 50%.



