a cura della redazione
“Gli ugandesi hanno preferito restarsene a casa”. Gli elettori che si sono registrati per il voto alle elezioni presidenziali appena tenutesi in Uganda erano 22 milioni circa, ma soltanto il 52,5% di loro è andato poi a votare veramente. Una tendenza che va avanti dal 1986.
In questi giorni Kampala è come una tartaruga che si è chiusa nel suo guscio il 13 gennaio e, piano piano, sta ricominciando a tirare fuori la testa. Il traffico per le vie del centro non è “il solito”, quello che può farti impiegare anche due ore per fare tre chilometri, e anche se agli occhi dell’europeo fermarsi ad un incrocio è come osservare il brulicare di un formicaio, gli autisti di boda boda sono tutti d’accordo: “Non è come sempre, la maggior parte della gente è ancora chiusa in casa”. Ma uscirà presto, dicono.
Domenica, il presidente eletto Yoweri Museveni ha delineato le priorità per il suo prossimo mandato: parlando al Paese dalla sua roccaforte elettorale, il distretto di Kiruhura, nell’Uganda occidentale, Museveni si è impegnato a concentrarsi sulla creazione di ricchezza, l’eliminazione della povertà, il miglioramento dei servizi pubblici e ha promesso una forte lotta alla corruzione. Ma non solo: in vista delle elezioni di giovedì prossimo, quando gli ugandesi torneranno alle urne per le elezioni legislative e locali (con importanti appuntamenti, come l’elezione del sindaco di Kampala), Museveni ha messo in guardia contro la violenza legata alle elezioni e contro le interferenze straniere, esortando tutti gli ugandesi, compresi i sostenitori dell’opposizione, a “sostenere la pace e l’unità nazionale”.

Parlando del “creare ricchezza”, Museveni ha citato gli agricoltori commerciali, produttori, gestori alberghieri e investitori, che vanno sostenuti attraverso istituzioni come l’Uganda development bank. Il presidente ugandese ha aggiunto che il governo intensificherà gli sforzi per far uscire dalla povertà il restante 30% degli ugandesi, con l’obiettivo di garantire a tutte le famiglie la transizione verso mezzi di sussistenza sostenibili. L’obiettivo, ha detto Museveni, è fare dell’Uganda un Paese a reddito medio. Il presidente si è inoltre impegnato a rafforzare l’erogazione dei servizi pubblici, ha citato il mantenimento dell’istruzione gratuita nelle scuole pubbliche, il miglioramento dei servizi sanitari, in particolare la disponibilità di medicinali nelle strutture sanitarie pubbliche, e il rafforzamento della supervisione a tutti i livelli.
Nonostante parchi e giardini pubblici a Kampala siano ancora nella piena disponibilità di polizia ed esercito, che ha allestito campi base e tendopoli per i soldati chiamati a fare servizio d’ordine, la situazione generale non sembra essere particolarmente tesa.
E, forse, sono i dati a rivelarci il perché. Il processo di voto in Uganda prevede la registrazione dei cittadini, che settimane o persino mesi prima del giorno elettorale si registrano presso la Commissione elettorale: gli elettori che si sono registrati per il voto presidenziale 2026 erano 22 milioni circa ma soltanto il 52,5% di loro è andato poi a votare veramente (11,3 milioni), di cui 7,9 milioni ha votato per Museveni. “Gli ugandesi hanno preferito restarsene a casa” è il leit motiv che serpeggia nei mercati e nelle strade affollate di Nakasero, il quartiere degli affari di Kampala. Una tendenza che va avanti dal 1986. E, forse, è questa l’analisi del voto più attinente alla realtà delle cose.



