3 ottobre 2013, la tragedia dei migranti (che può ripetersi)

di Enrico Casale
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Il 3 ottobre 2013, sette anni fa si compiva, davanti alle nostre coste, la più grande tragedia dell’immigrazione. Un barcone carico di migranti prese fuoco e delle 500 persone a bordo almeno 368 persero la vita. Le persone salvate furono 155, tra cui sei donne e due bambini.

«Viene la parola vergogna: è una vergogna! Uniamo i nostri sforzi perché non si ripetano simili tragedie», commentò amaro papa Francesco. L’allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, aggiunse: «Bisogna reagire e agire. Non ci sono termini abbastanza forti per indicare anche il nostro sentimento di fronte a questa tragedia».

I cadaveri furono messi in bare che poi furono allineati in un hangar alla fine della pista dell’aeroporto di Lampedusa. Chi entrò ed uscì da quel luogo parlò di «sensazione indescrivibile». Una fila di bare a ricordare la tragedia di un’immigrazione in mano a trafficanti senza scrupoli che sfruttavano e sfruttano la povera, poverissima, gente che cerca un futuro nella ricca Europa.

Allora, per ricordare quella tragedia, fu istituita la Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione. Ma quel naufragio e quelle vittime non hanno ridotto il rischio che si ripeta un simile naufragio. Dal 1° gennaio al 19 agosto 2020 sono 36.221 i migranti giunti in Europa via mare dal Nord Africa. Il dato fa segnare un aumento del 13% rispetto all’anno precedente. Le condizioni difficilissime in cui si trovano i migranti sono dimostrate dalle terribili statistiche dei morti. Nei primi otto mesi dell’anno le vittime sono state 444. Ma si tratta solo dei migranti i cui corpi sono stati trovati. Nulla si sa di chi è partito ed è morto tra le onde sprofondando nel buio del Mar Mediterraneo. Intanto sono almeno settemila migranti intercettati dalla guardia costiera libica e riportati nei campi di detenzione (le cui condizioni sono terribili). In Italia i dati del Viminale aggiornati al 19 agosto riportano nel 2020 sono 16.712 i migranti sbarcati, il quadruplo rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

L’Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni) ha lanciato un appello affinché si riveda l’approccio degli Stati alla gestione dei soccorsi nel Mediterraneo: «È necessario rafforzare con urgenza le attuali capacità di ricerca e soccorso volte a rispondere alle richieste di soccorso. Si continua a registrare l’assenza di programmi di ricerca e soccorso dedicati e a guida Ue. Temiamo che senza un incremento immediato delle capacità di ricerca e soccorso, ci sia il rischio che si verifichino disastri analoghi a quelli accaduti prima del lancio dell’operazione Mare Nostrum».

All’appello le agenzie dell’Onu aggiungono che «le imbarcazioni delle Ong hanno svolto un ruolo fondamentale nel salvataggio di vite umane in mare a fronte di una drastica riduzione degli interventi condotti dagli Stati europei. L’imperativo umanitario che impone di salvare umane non dovrebbe essere ostacolato da restrizioni legali e logistiche».

Il dramma non è finito. La tragedia può ripetersi. Il sacrificio del 3 ottobre 2013 non hanno ancora insegnato nulla.

(Enrico Casale)

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