Una vita da sapeur, in libreria la biografia di Séverin Mouyengo

di Stefania Ragusa

Sul fenomeno dei sapeur, gli affiliati alle Sociétés des ambianceurs et des personnes élégantes, cultori dello stile e di un’eleganza sgargiante che riprende i classici occidentali e li rivisita sotto il segno del colore e dell’esagerazione, sono stati pubblicati vari libri fotografici, ambientati soprattutto a Brazzaville, dove la Sape nasce, intorno agli anni ‘50. Dalla capitale del Congo francese sbarcherà poi rapidamente nell’altro Congo, l’ex Zaire oggi Repubblica Democratica del Congo, e successivamente in Europa e negli Stati Uniti, come corollario della diaspora africana. Per le parigine Éditions Petite Égypte è uscito da pochi giorni un libro che ha la particolarità di essere stato scritto non da un osservatore esterno ma da un sapeur. Si intitola Ma vie dans la sape e l’autore è Séverin Mouyengo.

Nato a Pointe-Noire, figlio di un venditrice di pesce salato e di un impiegato statale, Mouyengo cresce nel quartiere popolare di Bakongo, a Brazzaville. Da lì osserva, incuriosito e affascinato, i defilée dei membri della Sape. Nel volume racconta come abbia fatto, a 15 anni, a entrare nell’ambiente; le sue storie d’amore; il tentativo di raggiungere Parigi, la capitale della moda, nascosto nella stiva di una nave, in dolcevita, scarpe da “vagabondo” e pantaloni di lana vergine;  la fuga rocambolesca, durante la guerra civile, che lo costringe a seppellire il suo tesoro: 203 completi da uomo di di grandi etichette, 30 di marchi meno costosi, 302 camicie, 25 paia di scarpe di cui sei di J.M. Weston, bretelle, un numero imprecisato e tendente all’infinito di cravatte di seta, gioielli e orologi… Quando andrà a disotterrarlo, più di un anno dopo, lo troverà interamente ammuffito.

A 62 anni Séverin Mouyengo continua a curare con zelo e allegria i suoi outfit. La Sape, dice, è una sorta di “religione del tessuto”. Un sapeur “è qualcuno che, con poche risorse, sorprende lo spettatore”. Per i membri di questa società, tanto selezionata quanto ritualizzata, è imperativo essere sempre “belli” e prendersi cura del proprio abbigliamento. Manuel Charpy, lo storico della moda che ha aiutato Mouyengo a scrivere le sue memorie, osserva come dietro questa rivisitazione sgargiante dello stile occidentale ci fosse la voglia di reagire alle imposizioni coloniali, di reinterpretare in modo originale un’estetica allogena e pervasiva.  

La Sape, come sostiene lo scrittore franco-congolese Alain Mabanckou è, in una certa misura, l’antitesi della bellezza tradizionale africana. Ma è anche l’espressione di una doppia resistenza: prima vero il colonizzatore, poi verso la pretesa dei governi, finalmente indipendenti, di imporre rigidi codici di abbigliamento anticoloniali. A Kinshasa Mobuto metterà fuori legge il classico abito occidentale. A Brazzaville, in assenza di divieti espliciti, la Sape entrerà comunque in una fase di semiclandestinità. Nel frattempo però, a Parigi e Bruxelles, esponenti della diaspora, le daranno una nuova prospettiva e un’apertura internazionale. Le grandi case di moda li notano e avviano collaborazioni. Parliamo di brand come Daniel Hechter, J.M. Weston, Kansai Yamamoto. E di Yamamoto, venuto a mancare a luglio del 2020, Mouyengo era diventato amico e consulente. Tanto da comparire insieme a lui in un servizio dell’edizione giapponese della testata maschile Gq nel 2016.

(Stefania Ragusa)

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