Un francobollo (e un incontro) speciale – editoriale Africa n°4-2019

di Matteo Merletto
francobollo

di Marco Trovato

Avevo 16 anni quando decisi di andare per la prima volta in Africa. Era il 1989. I giovani di Piazza Tienanmen sfidavano i carri armati, a Berlino stava per crollare il Muro, i Simple Minds cantavano Mandela Day. Al cinema usciva L’attimo fuggente, con Robin Williams nei panni di un insegnante speciale: «Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse – confidava ai suoi studenti, rapiti –. E il mondo appare diverso da quassù».

Anch’io ero in cerca di nuove prospettive. Ero venuto a conoscenza dell’opportunità di partecipare a un campo estivo in una missione nel Nord del Kenya. Feci di tutto per non perdere l’occasione. Non fu facile convincere i miei ma alla fine acconsentirono, a condizione che mi pagassi il viaggio. Così, finita la scuola, passai due mesi a lavorare: di giorno distribuivo volantini, la sera servivo in un bar. Ero attratto dall’Africa come da un magnete irresistibile. Che cosa mi spingeva? Non ne avevo la minima idea e per lungo tempo non ho saputo darmi una spiegazione.

L’ho capito solo di recente, quasi per caso, quando mio padre – che conserva come reliquie i ricordi famigliari – mi ha chiesto di fare ordine nella sua cantina dove aveva accatastato i miei quaderni di scuola. Ho fatto una scoperta che mi ha lasciato a bocca aperta. Mentre curiosavo tra pile di fogli ingialliti e impolverati, mi è capitato tra le mani un taccuino di terza elementare. «Ricerca sul continente africano» c’era scritto a grandi (e incerti) caratteri. In copertina c’era appiccicato un vecchio francobollo della Guinea: una donna con un cesto di frutta sulla testa circondata da palme e capanne. Alla vista di quel rettangolino colorato, le nebbie della memoria hanno cominciato a diradarsi. Era stato un vecchio missionario a regalarmi quel francobollo, al termine di un incontro che tenne nella mia scuola.

Non ricordo il suo nome né il volto. Ma il suo racconto dovette toccarmi e mi spinse ad approfondire il tema. Quel francobollo divenne per me una sorta di finestra su un mondo misterioso e affascinante che avrei voluto visitare, prima o poi. Oggi mi viene da ripensare a quell’episodio ogni volta che mi trovo a parlare d’Africa a dei giovani. In cuor mio spero di trasmettere una passione o almeno una visione che stimoli curiosità, conoscenza, voglia di viaggiare. Ognuno cresce plasmato dall’educazione che riceve, dalle frequentazioni che ha, dalle esperienze che fa. Genitori, insegnanti e amici sono cruciali nella nostra formazione.

Ma poi capitano incontri fortuiti e fugaci con estranei capaci di lasciare un segno indelebile: basta un loro gesto o parola per illuminarci la strada. Prima che spariscano all’improvviso, in un baleno com’erano comparsi. Sono passati trent’anni dal mio primo viaggio in Africa. Sarò per sempre grato a quel missionario che ha sfiorato la mia vita cambiandola per sempre. È stato un attimo, eppure è bastato. Come una meteora che lascia una scia persistente e luminosa.

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