Ue-Eritrea | I costi veri di una nuova strada

di Pier Maria Mazzola

Venti milioni di euro sono stati stanziati dall’Unione Europea in Eritrea, nel 2019, per la ricostruzione di una strada che collega la frontiera con l’Etiopia ai porti eritrei. Come aveva annunciato nel febbraio scorso Neven Mimica, l’allora commissario per la Cooperazione internazionale e lo sviluppo, «la Ue è impegnata a sostenere l’Eritrea e l’Etiopia nella realizzazione del loro storico accordo di pace». La somma rientra nel Fondo fiduciario per l’Africa della Ue (4,6 miliardi di euro), creato in occasione della crisi dei rifugiati del 2015 «per affrontare le cause profonde delle migrazioni».

Tutto bene, dunque? L’iniziativa della riabilitazione di un’importante via di comunicazione tra Paesi ex nemici è di per sé inattaccabile, ma, ricordava ieri il New York Times, c’è un inghippo. Molti operai sono «coscritti forzati» e, per di più, l’Ue non ha i mezzi reali per monitorare il progetto. Anzi, sottolinea la corrispondente da Bruxelles, «ha deciso di non condizionare il proprio aiuto alla garanzia di riforme democratiche». E ci sono in vista aiuti aggiuntivi per 95 milioni di euro.

Gli ambienti che si occupano di diritti umani non sono affatto contenti di vedere l’Ue finanziare un sistema di leva obbligatoria che le Nazioni Unite hanno definito «equivalente alla schiavitù». Siamo davanti a «un esempio sconcertante del dilemma – osserva Matina Stevis-Gridneff del New York Times – cui si trova a far fronte l’Ue quando si affretta a voler frenare drasticamente le migrazioni».

Nell’ultimo decennio, secondo i dati Eurostat, il numero di eritrei richiedenti asilo in Europa è stato di oltre 5000 l’anno, ma con picchi di almeno 30.000 nel 2015 e nel 2016, e più di 10.000 l’anno scorso. Almeno l’80% delle richieste viene accolto, a riprova del benfondato della situazione drammatica da cui tanti cittadini eritrei fuggono.

(L’immagine è una foto d’archivio)

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