«Tigray, la situazione è drammatica»

di Enrico Casale
emergenza umanitaria in Tigray
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«Le organizzazioni internazionali si adoperino per aprire un corridoio umanitario  che permetta l’arrivo di cibo e medicinali per i tigrini e per i rifugiati (soprattutto eritrei, ndr). Il rischio è che si precipiti in una catastrofe umanitaria senza precedenti». Fessaha Alganesh, dottoressa italoeritrea, da anni attiva nell’aiuto agli eritrei ospitati nei campi profughi del Tigray, lancia un appello affinché si faccia presto. «La situazione era già drammatica prima della guerra – spiega -, con l’invasione delle locuste, i campi distrutti, la carenza di cibo, l’epidemia di Covid-19. Ora a queste piaghe bibliche si sono aggiunti i combattimenti sul terreno e i bombardamenti dal cielo. La regione settentrionale dell’Etiopia rischia di esplodere».

Già 50.000 tigrini sono fuggiti in Sudan. Cercano rifugio dalle bombe e dalle violenze. «Nei giorni scorsi ho parlato con una donna che è riuscita ad arrivare in un campo profughi sudanese – continua Alganesh -. Mi ha detto che quando sono iniziati i bombardamenti intorno al suo villaggio, presa dalla paura, si è caricata il figlio più piccolo in spalla e ha preso per mano quello più grande. Ha percorso, senza nulla da mangiare, decine di chilometri per cercare un rifugio sicuro. È drammatico quanto sta succedendo. I civili fanno fatica a capire che senso abbia questa guerra».

Nel Tigray inizia a mancare di tutto: cibo, acqua pulita, medicinali, carburante. «A soffrire sono i tigrini, ma anche le migliaia di eritrei che vivono nei campi profughi del Tigray – osserva -. In un campo nel quale da anni porto aiuti umanitari (operazione oggi impossibile, ndr), so che ci sono 1.500 bambini eritrei tra i 3 e i 6 anni. Sono soli e non hanno nulla».

Per gli eritrei, il rischio è doppio. Oltre a subire l’emergenza umanitaria possono essere rimpatriati con il rischio di vendette da parte di un regime dispotico come quello del presidente eritreo Isayas Afeworki. «Il governo di Asmara – sottolinea Alganesh – ha fornito supporto logistico e truppe all’esercito federale. Il trattato del 2018 ha avvicinato molto il premier etiope Abiy Ahmed e il presidente eritreo Isayas Afeworki. Già in questi giorni Abiy ha fatto arrestare molti oppositori eritrei che ora rischiano di essere rimpatriati. Lo stesso sta avvenendo in Eritrea con gli oppositori etiopi. Uno scambio di prigionieri potrebbe essere il preludio per nuove violazioni dei diritti umani. Non possiamo accettarlo».

Alganesh non è ottimista neppure sulla fine della guerra. «La presa di Macallè da parte delle forze federali – osserva – è stata possibile perché i miliziani tigrini si sono ritirati. Il Tigray è una regione montuosa piena di cime aspre, gole, vallate. Per 17 anni, il Tplf ha condotto una guerriglia contro le forze armate del negus rosso Menghistu Hailè Mariam. I leader conoscono ogni grotta, ogni anfratto, ogni vetta di quella regione. Lì hanno trovato rifugio e da lì ripartirà la guerriglia. E chi patirà sarà soprattutto la popolazione civile».

(Enrico Casale)

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