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scuola

    MIGRAZIONI e DIASPORE

    Sedik e Ibrahim, i miei studenti

    di Stefania Ragusa 19 Aprile 2019
    Scritto da Stefania Ragusa

    Ho incominciato a insegnare a 26 anni. Un alunno più grande di me mi precisò che lui si riconosceva solo nell’anti-Stato.
    Dopo 25 anni, in una cattedra dell’Istituto Alberghiero Grimaldi di Modica, nella Sicilia dove l’Umanità sbarca, passa e lascia un segno nella Storia, ho conosciuto chi vorrebbe l’abbraccio dello Stato, e invece sopporta il divieto disumano, il potere inadatto e incapace.

    Nelle mie classi non sono più rari gli alunni dai difficili cognomi. I loro compagni non provano alcuna meraviglia a viverli come tali. Alcuni sono nati in Italia, parlano italiano, e siciliano; tifano Italia, li vedi giocare con una maglietta azzurra. Tanto italiani che li ritrovi studiosi, svogliati o in difficoltà esattamente come gli alunni dai facili cognomi. Altri sono appena sbarcati, come Sedik ed Ibrahim.

    Sedik ha 17 anni e viene da una Liberia devastata da colpi di Stato e guerre civili (dal 1980 al 2003), ma anche dal dominio economico e politico degli Usa. La popolazione è povera e giovanissima, e così gli uomini più forti e coraggiosi si avventurano verso l’Europa. In Italia pochi sanno che il suo presidente è un loro ex idolo calcistico del Milan, George Weah. Non mi ha colpito per il colore della pelle, ma per la sua mitezza ed educazione. Durante le spiegazioni ascolta con gli occhi ben piantati sulle mie parole, come se mi comprendesse alla perfezione. Allora, mi fermo e gli chiedo se abbia capito tutto; con un leggero sorriso, ondeggia testa e italiano per rassicurarmi.

    Accanto a lui, Ibrahim, coetaneo. La sua Guinea vanta un destino simile alla Liberia, ma ben pochi sanno del suo olio di palma spalmato con una famosa crema di nocciole. Ibrahim sorride anche di più, e appare più sicuro di Sedik, ma sempre con un garbo e un’eleganza nel modo di parlare che mi stordisce, quasi mi commuove.

    Ho spiegato loro la globalizzazione, con pagine di libro, scritte in italiano, dove mai si chiariscono le responsabilità occidentali per il caos africano. Pochi giorni dopo, ho dovuto fare una verifica delle competenze. Sedik è riuscito a farsi capire rispondendo oralmente. Ibrahim si è avventurato in una breve prova scritta.

    Sedik, mi racconta, partito da Monrovia ha affrontato il deserto fino a Sebha (Libia); 5.461 chilometri, almeno 4 giorni, 30 persone su un pick-up giapponese, 400 dollari a testa, poca acqua e pochi biscotti; dopo due settimane sono stati portati a Bani-Walid in Libia, a 717 chilometri nel Sahara; lì, rinchiusi in un centro di detenzione, sono rimasti bloccati per due mesi; avrebbe dovuto pagare 2000 dollari per il rilascio ai mafiosi del luogo, ma non li aveva; allora, insieme ad altri compagni, è scappato dal campo di concentramento, subendo il tiro al bersaglio di questi criminali con un mitra allestito ancora su un pick-up; in quell’occasione ha visto cadere un compagno di viaggio, inseguito e colpito ad una gamba; ma la paura e la potenza della sua giovinezza lo hanno portato fino a Tripoli, a piedi, per altri 178 chilometri, ultimo tratto nel deserto; finalmente sulla costa, pensava di potersi riposare per raggiungere i barconi, e invece è dovuto scappare di nuovo, questa volta inseguito a colpi di fucile dalla polizia locale, o per lo meno da agenti in divisa; non hanno mai capito perché gli sparassero, se per cacciarli o per estorcergli altro denaro; ma di certo gli era noto che non avrebbero avuto gli stessi problemi, se fossero stati condotti e protetti dai clan di Bani-Walid; finalmente, dopo altri 59 chilometri sulla costa, sono giunti a Ez-Zauia, importante città di raffinazione petrolifera con impronta italiana, e dove fino a poco tempo fa i miliziani dell’Isis rubavano migliaia di tonnellate di gasolio per commerciarlo illegalmente proprio in Europa; da qui, tra gommone e barcone hanno attraversato il Mediterraneo, grande e pericoloso abbastanza per ingoiare inconsapevoli sacrifici umani, mai educati a nuotare d’estate per le vacanze; il “biglietto” è stato di 300 dollari, pagamento anticipato per almeno 6 ore di navigazione fino a Pozzallo, in Sicilia.

    Ci sono circa 500 chilometri, pari a 270 miglia nautiche; vuol dire viaggiare con un’imbarcazione potente, come un gommone che viaggi a 40 nodi. Non posso che dedurne la presenza di una ricca organizzazione criminale. Eppure, mi ha raccontato tutto sempre con una leggera smorfia ironica, e mi sono sentito rimproverato, vergognandomi a nome di tutta quella parte di umanità che vive nel benessere, nella pace e non ne comprende la ricchezza.

    Simile a quella di Sedik è stata l’avventura di Ibrahim, col corollario di svariati chilometri percorsi a piedi sulla sabbia sahariana, senza scarpe, fino a lasciargli i segni indelebili di cicatrici incomprensibili per un ministro degli Interni. E anche lui a spiegarmi la sua vita con un sorriso di sufficienza, come se io avessi finora giocato con dadi e passatempi. Non sono sicuro se abbiano compreso veramente, coi loro sorrisi, tutto quello che ho provato a insegnargli, oppure se mi abbiano voluto ossequiare per non deludermi nei miei sforzi.

    Di certo ho capito le loro fatiche, gigantesche e drammatiche, e di voler ringraziare Sedik, Ibrahim, il Grimaldi di Modica e i miei alunni tutti per avermi permesso oggi di imparare una cosa in più, direttamente dalla Storia sbarcata a casa mia. Ora l’Italia è ben più ricca. E questo anche a nome dello Stato, dopo 25 anni dai miei 26 anni.

    (Dario Prestana)

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    19 Aprile 2019 0 commentI
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