Eritrea: dopo la sanità nel mirino del regime anche la scuola

di Raffaele Masto

In Eritrea il governo ha preso di forza il controllo di sette scuole secondarie gestite da organizzazioni religiose. Il provvedimento è il seguito di quello del 12 giugno scorso con il quale le autorità avevano chiesto – e ottenuto con la forza – la consegna da parte della Chiesa cattolica di tutte le sue strutture sanitarie, tra le poche che nel Paese funzionano e curano la popolazione che non può permettersi la sanità privata.

La misura è stata giustificata dalle autorità facendo riferimento alle norme costituzionali introdotte nel 1995, che limitano le attività degli istituti religiosi, le quali devono passare sotto lo Stato.

In realtà il decreto del 1995, mai entrato in vigore, è sempre stato contestato dalla Chiesa cattolica. In seguito alla chiusura dei dispensari, i vescovi hanno scritto una lettera alla ministra della sanità, Amna Hussein, nella quale hanno sottolineato come già nel 1995 spiegarono alle autorità che, per la Chiesa cattolica, l’azione pastorale non può prescindere dall’azione sociale in favore degli ultimi.

La scelta di chiudere prima le strutture sanitarie e ora le scuole va a colpire direttamente la popolazione più povera e che frequenta quelle realtà religiose. Ma è anche una scelta che si inserisce in una politica del regime volta a attutire tutte le pur minime conquiste della gente ottenute dopo la “riappacificazione” con l’Etiopia.

L’illusione delle frontiere aperte e della democratizzazione del Paese è durata un attimo. Ora le frontiere sono di nuovo chiuse e si può raggiungere Addis Abeba solo con l’aereo. E anche la politica repressiva si è fatta più intensa. Non solo all’interno dei confini, ma anche all’esterno.

Molti analisti e giornali internazionali, come la Bbc, collegano le disposizioni adottate dal regime di Afwerki alla lettera pastorale dei vescovi letta nelle chiese in occasione della Pasqua. Lettera che richiamava il governo al dovere della riconciliazione nazionale.

Ecco le parole dei vescovi: «Ormai da più di un secolo il popolo eritreo vive lontano dalla normalità di una vita che si possa definire minimamente stabile e serena e da sostenibili livelli di sviluppo nazionale. Ancora tanti fratelli e sorelle lasciano questo mondo vittime dell’esilio e di mille altre traversie. Poiché nessun serio rimedio è stato messo in atto, la massiccia fuga umana verso l’estero prosegue tuttora senza soluzioni di continuità. In quanto capi religiosi, rimaniamo sempre nella più assoluta disponibilità ad offrire il nostro contributo per un globale piano di pace e riconciliazione nazionale».

Parole che, evidentemente, non sono state digerite da Afwerki (nella foto) e dai suoi sodali di regime.

(Raffaele Masto – Buongiorno Africa)

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