Bene comune o bene “bancabile”? La sfida dell’acqua a Roma

di Tommaso Meo

Tra la diplomazia della Farnesina, il maxi-forum all’Eur e le proteste dei movimenti, tre appuntamenti diversi svelano le spaccature sul futuro dell’acqua nel Mediterraneo

di Michele Vollaro

C’è una parola che a Roma, questa settimana, verrà pronunciata migliaia di volte da persone che però non ci vedono la stessa cosa. La parola è acqua. Sarà al centro oggi pomeriggio di una conferenza ministeriale alla Farnesina, da martedì di un forum internazionale al centro congressi della Nuvola all’Eur, e da venerdì di un forum alternativo alla Città dell’altra economia, dove i movimenti sociali accusano i primi due di fare “blue washing”. Tre indirizzi nella stessa città, con una linea di netta frattura che passa tra i primi due e il terzo e si riassume in un termine tecnico che alla Nuvola ricorrerà di continuo: bancabile.

La sfida della “bancabilità” alla Farnesina

Si comincia dalla Farnesina. Nel pomeriggio di oggi i ministri competenti dei 43 Stati membri dell’Unione per il Mediterraneo (Upm) adotteranno una nuova Dichiarazione mediterranea sull’acqua. È la seconda ministeriale dedicata alla risorsa promossa dall’organizzazione, a nove anni dalla prima, che si tenne a La Valletta nell’aprile 2017 sotto la stessa co-presidenza giordana ed europea di oggi. I ministri avevano chiesto un’agenda regionale per l’acqua e una strategia finanziaria per sostenerla. Furono scritte entrambe, e tra gli ostacoli agli investimenti figuravano già allora tariffe deboli, fragilità istituzionali e scarsa capacità di sviluppare progetti “bancabili”.

Sul tavolo c’è anche un annuncio italiano: la Rome Initiative on Water, un’iniziativa di Upm il cui primo pilastro operativo è un programma triennale da tre milioni di euro della Cooperazione italiana, affidato al Ciheam di Bari, che ha già condotto tre anni di consultazioni regionali in Maghreb, Mashreq e Balcani occidentali. Non si tratta di un fondo per costruire impianti, ma serve a formare le amministrazioni pubbliche della sponda sud a scrivere progetti. A redigere studi di fattibilità che una banca di sviluppo possa accettare, ad accompagnare un dossier lungo l’istruttoria, a rendere quei progetti, appunto, finanziabili e bancabili dalle istituzioni internazionali. L’inviato speciale della Farnesina per le politiche dell’acqua, Marco Rago, lo ha descritto come lo strumento che mancava per colmare la distanza tra individuare le priorità e trovare i soldi per realizzarle.

All’Eur il forum delle multinazionali e dei “Water Credits”

Da domani la scena si sposta all’Eur, dove il primo Forum euromediterraneo dell’acqua ha i numeri di una fiera. Secondo la Farnesina, sono attesi oltre cinquemila iscritti, circa cinquanta delegazioni straniere e più di cento tra conferenze e incontri fino al 2 ottobre, oltre a uno spazio espositivo per le aziende. È il primo in formula euromediterranea ma il sesto della serie dei Forum mediterranei dell’acqua, che l’Istituto mediterraneo di Marsiglia organizza da vent’anni e la cui ultima edizione si era tenuta a Tunisi. Il perimetro è però nuovo, allargato dal Comitato One Water Italia agli Stati membri dell’Ue e ai Balcani, guardando insieme alla penisola arabica e all’Africa subsahariana. E tra gli sponsor gold c’è proprio l’Arabia Saudita, che nel marzo 2027 ospiterà a Riad il Forum mondiale dell’acqua.

Il programma poggia su undici percorsi tematici, ma due li riassumono tutti: il valore economico dell’acqua e la finanza blu. Tra gli incontri, tre meritano particolare attenzione: martedì pomeriggio i vertici di Acea, Suez, Acciona, Microsoft e Kering si siederanno allo stesso tavolo per discutere perché una risorsa indispensabile a qualunque processo produttivo continui a costare così poco. Sempre martedì, l’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics) dedicherà una sessione all’accesso di donne e ragazze alla risorsa: nelle comunità rurali non collegate alla rete idrica sono infatti loro a doversi far carico dell’approvvigionamento, con perdita di opportunità scolastiche, minore partecipazione al lavoro e maggiore esposizione alla violenza. Mercoledì, invece, Banca europea per gli investimenti (Bei), Banca Mondiale, Green Climate Fund e Cassa depositi e prestiti (Cdp) si confronteranno sul dato che fa da sfondo a ogni ragionamento sul settore idrico nel Mediterraneo: un deficit di investimenti stimato tra i 40 e gli 80 miliardi di dollari l’anno. Fuori dalle plenarie, negli incontri a margine e nei corridoi, si svolgeranno probabilmente le discussioni più importanti: quelle in cui i Paesi della sponda sud proveranno a trasformare i propri progetti prioritari in impegni concreti da parte di governi, banche e imprese. È lì che si capirà se “bancabile” sia una procedura o soltanto una parola.

Il punto di frizione più netto non è però in una plenaria, ma in un seminario che si svolgerà martedì mattina. Si intitola “Water Credits” e discute la possibilità di trasformare il risparmio idrico in crediti scambiabili, sul modello di quelli di carbonio: una fonte di finanziamento, spiega la scheda, che unisce un impatto misurabile localmente alla liquidità dei mercati globali, e che ha il pregio di non generare debito. Al tavolo per discuterne siederanno l’amministratore delegato della società che promuove il modello, il responsabile globale Esg di UniCredit e il direttore di Oxfam Italia.

Il contro-forum popolare

È esattamente ciò che i movimenti considerano il problema, non la soluzione. Il Forum italiano dei movimenti per l’acqua, con l’European Water Movement e il People’s Water Forum, ha convocato per il 2 e 3 ottobre alla Città dell’altra economia un Forum alternativo e popolare per l’acqua, e il 29 settembre sarà davanti alla Nuvola con un presidio di “benvenuto”. Nel volantino che distribuiscono, l’appuntamento dell’Eur è «palesemente un incontro tra classi dirigenti ed affaristi dell’acqua bipartisan», promosso da istituzioni pubbliche «a copertura degli interessi di multinazionali del settore e di fondi di investimento speculativi», con un linguaggio «accattivante e fuorviante» per assicurarsi risorse nel pieno dell’emergenza climatica. Quindici anni dopo il referendum del 2011, scrivono, i principi di gestione pubblica e partecipata vengono traditi promuovendo «sempre più la commercializzazione dell’acqua bene comune» .

L’accusa più diretta riguarda però il perimetro. Per i movimenti l’espressione «Mediterraneo allargato» riflette «una visione politica e militare incentrata sulla protezione dei flussi energetici e commerciali», e il Forum ne sarebbe il volto idrico: un progetto che definiscono neocoloniale, aggiungendo che si parla delle acque del Mediterraneo senza nominare le rotte migratorie.

Il conto alla rovescia nell’era della «bancarotta idrica»

Di quel perimetro, le due Rome danno letture opposte. Che arrivino a una definizione comune dell’acqua è improbabile; che debbano farlo in fretta, molto meno. Dall’8 al 10 dicembre Emirati Arabi Uniti e Senegal ospiteranno ad Abu Dhabi la Conferenza delle Nazioni Unite sull’acqua, la terza in cinquant’anni, e a marzo del prossimo anno toccherà a Riad. Ci si arriva dopo un rapporto dell’Università delle Nazioni Unite che a gennaio ha certificato l’ingresso nell’era della «bancarotta idrica globale»: molti bacini vivono ormai al di sopra dei propri mezzi idrologici e non possono più tornare alle condizioni storiche. Per i Paesi della sponda sud la domanda non è più quale modello scegliere, ma quanto tempo resta.

Condividi

Altre letture correlate: