Sudan | A un anno dalla caduta di al-Bashir

di Enrico Casale
omar al bashir
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L’11 aprile 2019 veniva deposto Omar al-Bashir. Uomo forte del Sudan, era arrivato al potere nel 1989 con un colpo di Stato sostenuto dagli islamisti. La sua caduta è stata determinata da un movimento di piazza nato per protestare contro gli aumenti generalizzati dei prezzi e, in particolare, di quelli del pane e dei carburanti. Da allora si sono succeduti una serie di avvenimenti che hanno cambiato il volto del Paese e che vale la pena ricordare.

Se la rivolta ha causato la caduta del leader, non ha infatti portato a un immediato allontanamento dal potere dei militari, vero pilastro del potere dell’ex presidente. Una volta rimosso al-Bashir, al suo posto si è infatti insediato il Consiglio militare di transizione, gestito da un gruppo di alti ufficiali cresciuti all’ombra dell’ex dittatore. Una mossa che non ha soddisfatto le migliaia di manifestanti che avevano chiesto l’allontanamento di al-Bashir e dei suoi collaboratori. Le proteste sono quindi continuate anche dopo la caduta dell’ex dittatore. Un grande sit-in è stato organizzato davanti al quartier generale dell’esercito a Khartoum, la capitale. Sul posto si sono dati appuntamento migliaia di persone e gruppi che chiedevano un immediato passaggio di poteri ai civili e libere elezioni.

Le proteste hanno convinto i militari a intavolare una trattativa con i manifestanti. I serrati incontri non hanno però portato a un’intesa su una pacifica transizione e sulla fine dell’applicazione della legge islamica (sharia).  A maggio la tensione è progressivamente cresciuta fino a culminare, il 3 giugno, in una durissima repressione organizzata dai militari, spalleggiati dai movimenti islamisti più intransigenti. Le forze dell’ordine, appoggiate da gruppi paramilitari, hanno attaccato i manifestanti e hanno smantellato il sit-in, uccidendo decine di persone. La tensione è arrivata alle stelle. I gruppi di opposizione hanno gridato al colpo di Stato e hanno continuato a manifestare non temendo la repressione.

La svolta è arrivata il 27 luglio quando, di fronte a «un progetto di accordo» presentato dai mediatori dell’Etiopia e dell’Unione Africana, i generali si sono detti pronti a negoziare. Il 17 agosto, il Consiglio militare e i leader della protesta hanno firmato un’intesa di transizione che prevede accordi di pace con gruppi ribelli di Darfur, Nilo Azzurro e Sud Kordofan. Nell’intesa è prevista anche una spartizione del potere tra militari e civili.

È nato così il Sovrano consiglio, composto da sei civili e cinque soldati. A presiederlo, il generale Abdel Fattah al-Burhane, capo del Consiglio militare di transizione. Abdallah Hamdok, ex economista delle Nazioni Unite, diventa Primo Ministro. Il primo governo post-Bashir ha prestato giuramento l’8 settembre e a metà ottobre sono iniziati i colloqui di pace con i ribelli. Il 16, il capo del Sovrano Consiglio ha poi annunciato «un cessate il fuoco permanente» nelle tre zone di conflitto, ha autorizzato la fornitura di aiuti umanitari e, il 24 gennaio, insieme a una coalizione di nove movimenti ribelli ha firmato un’intesa di pace.

Alla fine di novembre, il partito dell’ex presidente estromesso è stato sciolto, il suo regime smantellato. Il 14 dicembre, Omar al-Bashir è stato condannato a due anni di carcere per corruzione e il 22 dicembre è stata aperta un’indagine sui crimini nel Darfur dal 2003. L’11 febbraio, un alto funzionario sudanese ha infine dichiarato che Omar al-Bashir sarà consegnato alla Corte penale internazionale.

Si chiude così un anno di grandi cambiamenti per un Paese chiave dell’Africa orientale.

 

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