Sud Sudan | Trattative in alto mare

di Enrico Casale
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Sud Sudan, un’altra fumata grigia. Il presidente Salva Kiir e il suo rivale Riek Machar non hanno firmato alcuna intesa per la formazione di un governo di unità nazionale e per porre fine a sei anni di combattimenti. Stanno così per scadere (il 22 febbraio) i cento giorni che le parti si erano date per trovare un accordo. I Paesi confinanti, che hanno fatto da moderatori, hanno però annunciato che non accorderanno altro tempo per le trattative. I leader dell’Africa orientale, riuniti nella capitale dell’Etiopia, Addis Abeba, hanno dichiarato che un’estensione dei colloqui «non è né auspicabile né fattibile in questa fase del processo di pace». L’Unione Africana ha addirittura minacciato azioni severe contro chiunque ostacolasse il processo di pace.

I colloqui si sono arenati sulla struttura del nascente Stato federale. Il governo di Salva Kiir vuole mantenere 32 Stati con ampia autonomia, mentre i ribelli vogliono un maggiore accentramento e al massimo una decina di Stati.

Il Sud Sudan, il più giovane Stato al mondo (è nato nel 2011 separandosi dal Sudan), dal 2013 è coinvolto in un sanguinoso conflitto civile che ha fatto decine di migliaia di vittime e costretto milioni di persone a fuggire dalle proprie abitazioni cercando rifugio in altre regioni o all’estero.

Alle divisioni etniche, Salva Kiir appartiene ai Dinka e Riek Machar ai Nuer, si sono sommate ragioni economiche. Si ritiene che il Sud Sudan disponga di riserve pari a 3,5 miliardi di barili di petrolio, gran parte dei quali deve ancora essere esplorata. Se ben sfruttati, i giacimenti potrebbero permettere una crescita equilibrata del Paese. Attualmente, però, si producono solo 180.000 barili al giorno, le cui entrate vengono impiegate quasi interamente per alimentare il conflitto interno (che, a sua volta, impedisce un qualsiasi sviluppo dell’economica locale).

Nel 2019, il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite ha pubblicato un rapporto sul Sud Sudan. In esso si accusa la leadership sud-sudanese di finanziare la guerra proprio con il petrolio. Nel rapporto si punta il dito contro la compagnia petrolifera statale Nilepet, che avrebbe «dirottato le entrate petrolifere, che dovrebbero essere condivise con gli Stati, nelle casse delle élite del governo» e che le sue operazioni «sono state caratterizzate da una totale mancanza di trasparenza e supervisione indipendente». Ciò favorirebbe anche la corruzione. Non è un caso che il Sud Sudan sia al 178° posto (su 180) nella classifica della corruzione elaborata da Transparency International.

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