Somalia, trent’anni di anarchia

di Enrico Casale
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Trent’anni senza un governo stabile. Trent’anni di guerra. Trent’anni di miseria. Nel 1991 cadeva in Somalia il presidente Mohamed Siad Barre. Da allora il Paese del Corno d’Africa, ex colonia e poi protettorato italiano, ci sarà solo il caos. Un caos dal quale non sembrano esserci spiragli considerata l’attuale impasse in cui si trova la nazione e la continua minaccia delle forze jihadiste che da anni imperversano nella zona.

Le radici di questa crisi affondano nella storia. Raggiunta l’indipendenza dall’Italia nel 1960, la Somalia vive una breve stagione democratica. Già nel 1969 viene assassinato il presidente Abdirascid Ali Scermarke e il Paese si trova sull’orlo della guerra civile. Grazie a un colpo di Stato incruento sale al potere Siad Barre. Inizialmente considerato un presidente illuminato, dopo qualche anno assume un volto sempre più autoritario. Per governare applica il classico divide et impera mettendo uno contro l’altro i clan somali. Tra il 1988 e il 1990 si contano più di 50.000 morti in quello che fu uno dei conflitti più drammatici di tutta la storia africana. In piena guerra civile, il 26 gennaio 1991 Siad Barre venne destituito.

Successivamente alla sua cacciata, il Paese africano ha vissuto e vive in uno stato di grave tensione e destabilizzazione. Alle guerre tra clan si sovrappone la minaccia jihadista guidata dal movimento al-Shabaab (legato ad al-Qaeda). Sebbene l’intervento delle forze dell’Unione africana (sostenute da Stati Uniti, Turchia, Francia e Italia) abbiano costretto i miliziani islamici nelle remote province dell’entroterra, la minaccia non è stata neutralizzata e gli attentati continuano in tutto il Paese.

Le fragili istituzioni somale sono ora bloccate in uno stallo elettorale. Le elezioni parlamentari (autunno 2020) e quelle presidenziali (8 febbraio) sono saltate. Alla base del mancato voto, lo scontro tra il presidente Mohamed Abdullahi Mohamed Farmajo, sostenuto degli Stati federali suoi alleati (Galmudug, HirShabelle e Southwest), dal primo ministro Mohamed Hussein Roble e dal sindaco di Mogadiscio Omar Mohamud Finnish, e i leader di Puntland e Jubaland, sostenuti dai leader dell’opposizione. Dietro lo stallo, gli interessi stranieri. Etiopia e Kenya, entrambe membri della missione di pacificazione dell’Unione africana, hanno interesse a una Somalia in pace, ma non abbastanza forte da opporsi ai loro interessi (gestione dei porti, giacimenti petroliferi, ecc.). La Turchia, da tempo alleata al presidente Farmajo, vede nel Paese un mercato e un alleato nell’ambito della famiglia dell’Islam politico. Stati Uniti e Gran Bretagna temono l’espansione delle milizie jihadiste.

E l’Italia? Dopo anni in cui il ruolo del nostro Paese è stato marginale, ora sta recuperando posizioni. «L’Italia manterrà e rafforzerà i suoi legami storici con questa regione – ha scritto l’ambasciatore Giuseppe Mistretta in uno rapporto Ispi -, sia a livello bilaterale con nuove iniziative politiche, economiche, sociali e culturali, sia all’interno del contesto dell’Ue, dove siamo chiamati a incoraggiare gli altri membri a sostenere l’allentamento delle tensioni, e possibilmente per favorire nuovi investimenti e progetti finanziati da Bruxelles. Dopo la Brexit, l’Italia è diventata il principale punto di riferimento dell’Ue per il Corno d’Africa, e sarà ancora più chiamata a continuare questo ruolo di “facilitatore” di pace e stabilità nell’area e promotore di cooperazione e crescita economica».

(Enrico Casale)

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