Somalia | Al-Shabaab, i carcerieri di Silvia

di Enrico Casale
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«Sono serena e durante il sequestro sono stata trattata sempre bene». È iniziato così il racconto del rapimento di Silvia Romano agli inquirenti, che l’hanno ascoltata subito dopo il suo arrivo in Italia dopo il rapimento 18 mesi fa in un villaggio del Kenya. «Mi hanno assicurato che non sarei stata uccisa, e così è stato. In questi mesi sono stata trasferita frequentemente e sempre in luoghi abitati e alla presenza degli stessi carcerieri».

Quanto alla sua conversione all’Islam, Silvia ha raccontato che «è successo a metà prigionia, quando ho chiesto di poter leggere il Corano e sono stata accontentata» definendo la sua conversione all’Islam «spontanea e non forzata. «In questi mesi – ha detto -, mi è stato messo a disposizione un Corano e grazie ai miei carcerieri ho imparato anche un pò di arabo. Loro mi hanno spiegato le loro ragioni e la loro cultura. Il mio processo di riconversione è stato lento in questi mesi. Non c’è stato alcun matrimonio né relazione solo rispetto».

Silvia Romano è stata rapita in Kenya e poi trasportata in Somalia dove ha le proprie basi il gruppo jihadista al-Shabaab. Ma chi sono questi miliziani e quale ruolo hanno? Al-Shabaab, che in arabo significa «la gioventù», è un’organizzazione che si ispira a una lettura «dura e pura» del Corano, il testo sacro dell’Islam con un’applicazione rigorosissima della Sharia (legge islamica). Nessuna concessione alla modernità, intesa anche come accesso ai media (televisione, radio, cinema, ecc.), costumi castigatissimi, velo imposto alle donne, ecc. Nella sua ideologia politico-religiosa mescola istanze nazionalistiche (indipendenza della Somalia e odio atavico contro l’Etiopia, considerata «il nemico cristiano») e internazionali, con il legame strettissimo al network di al-Qaeda.

Al-Shabaab è nata nel 2006 da una scissione delle Corti islamiche, movimento che allora governava la Somalia. Si è subito distinta per la violenza delle sue azioni tanto che, già nel 2008, l’organizzazione è stata inserita nella lista dei movimenti terroristici dagli Stati Uniti. A partire dal 2012, oltre agli attentati in patria, ha iniziato a organizzare azioni all’estero e, in particolare, nel vicino Kenya. Le due operazioni più famose (e sanguinose) sono l’attacco al centro commerciale Westgate di Nairobi dove il 21 settembre 2013 sono rimaste uccise 63 persone e ferite 175 e l’assalto al campus universitario di Garissa con 148 morti e decine di feriti.

Nel 2014 l’allora leader degli al-Shabaab, Ahmed Abdi Godane (alias Mukhtar Abu Zubair), è stato ucciso in un raid di un drone americano. Leader degli al-Shabaab è stato poi nominato Ahmed Umar. Dal 2016, come ha sottolineato di recente in un approfondimento il Washington Post, gli Stati Uniti hanno intensificato i raid aerei, gli attacchi con droni e le operazioni contro il gruppo in Somalia e a sostegno delle fragili istituzioni somale.

Espulso da Mogadiscio nell’agosto 2011 e dal porto di Kismayo nel settembre 2012, il movimento islamico controlla ancora zone rurali nel sud e nel centro del Paese. Grazie a finanziamenti che arrivano dalla gestione di attività illecite e probabilmente da donazioni di fondazioni finanziate dai Paesi del Golfo, mantengono un’organizzazione capillare. Negli ultimi anni, da una scissione di al-Shabaab è nata nel nord della Somalia una cellula che si è legata all’Isis. Tra questa cellula e al-Shabaab è nata una guerra strisciante fatta di omicidi mirati e violenze diffuse.

Secondo i dati resi noti dall’Africa Center for Strategic Studies di Washington, nel 2016, al-Shabaab è diventato il più letale gruppo jihadista in Africa, con 4.281 persone uccise, superando i 3.499 decessi di Boko Haram.

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