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    10 giugno 1940, la guerra dell’Africa

    di Enrico Casale 10 Giugno 2020
    Scritto da Enrico Casale

    10 giugno 1940 – 10 giugno 2020. Sono trascorsi ottant’anni dall’entrata in guerra dell’Italia nella seconda guerra mondiale. Un conflitto al quale l’Africa pagò un tributo elevatissimo in distruzioni e vittime militari e civili. Il continente fu coinvolto nei combattimenti soprattutto in due scenari. Eritrea, Etiopia e Somalia, ex colonie italiane, furono il teatro dello scontro tra l’Impero britannico e (l’allora) Impero italiano. Uno scontro che durò poco più di un anno e vide la capitolazione dell’Italia e la fine definitiva da quella regione dell’influenza italiana (anche se dal 1950 al 1960, Roma mantenne un protettorato sulla Somalia). L’altro grande scenario fu la Libia. Qui si combatté dal 1940 al 1943. Il vero obiettivo di questo scontro fu il controllo del Canale di Suez nodo strategico attraverso il quale era possibile controllare l’accesso al Mediterraneo e la via verso l’Asia. La grande battaglia fu vinta dalle forze britanniche che riuscirono a prendere i controllo di tutto il Nordafrica e da lì lanciare l’assalto da Sud all’Italia. Questa campagna seminò talmente tanti ordigni sul territorio libico che, per generazioni, intere aree del Paese erano off-limits per la gente comune.

    L’Africa però pagò un tributo altissimo anche in vite umane. Gli imperi coloniali, che pure consideravano gli africani cittadini di serie B, non si fecero scrupoli di arruolarli nei loro eserciti e a mandarli a combattere per le loro bandiere. L’Italia schierò 256mila soldati coloniali sul fronte dell’Africa orientale e in Libia. Nonostante una cattiva letteratura e storiografia li indicasse (e li indichi) come soldati imbelli e capaci di fuggire di fronte al nemico, si batterono con onore. Nella sola battaglia di Keren, morirono più di 12mila tra soldati e ascari. La maggior parte dei morti e dei feriti portava l’uniforme delle truppe coloniali.

    La Francia schierò fino a 410mila soldati coloniali: 233mila magrebini e 170mila pieds noirs (francesi che abitavano nelle colonie). Ne morirono 7.400, il 60% tunisini, marocchini e algerini. Nel 1943, in una Francia in gran parte sotto il controllo tedesco, le truppe coloniali rappresentavano il 75% dell’esercito della Francia libera. Furono i soldati coloniali francesi a sbarcare in Italia e a offrire una grande contributo alla sua liberazione. Purtroppo lasciarono anche grandi ferite nella società italiana. Dopo la vittoria di Montecassino, le truppe nordafricane vennero lasciate libere di saccheggiare le comunità locali. Si stima che almeno settemila donne italiane furono violentate in Ciociaria (questa pagina oscura della nostra storia fu ben raccontato dal film «La ciociara» con la regia di Vittorio De Sica e con Sophia Loren come protagonista). I soldati africani furono però sempre trattati come carne da cannone. Mal pagati, male equipaggiati, poco considerati. A dimostrarlo il triste destino di 1.300 fucilieri senegalesi che nel 1944 vennero rimpatriati per ordine di De Gaulle e vennero concentrati nel campo di Thiaroye e qui massacrati perché chiedevano di essere pagati interamente.

    Dal 1939 al 1945, i britannici mobilitarono circa 15 milioni di soldati da tutti i loro possedimenti in Asia, America e, soprattutto, Africa. Solo l’Africa orientale (Kenya, Uganda e Tanganyika) fornì all’Impero oltre 320.000 uomini. Migliaia furono i morti. E anche Londra ebbe sempre una scarsa considerazione dei suoi soldati africani.

    Fanno storia a sé il Sudafrica e la Rhodesia. Alla vigilia della guerra, in Sudafrica, il premier afrikaner e il suo governo avevano chiare simpatie per il nazismo e non volevano schierarsi a fianco della Gran Bretagna. Nel 1939 però l’esecutivo cade e arriva al potere a Jan Smuts, un afrikaner entusiasta sostenitore dell’impero britannico. Il governo sudafricano inviò a fianco di Londra 340mila volontari (190mila bianchi e gli altri di origine africana). Jan Smuts però fu sempre a favore della separazione razziale tra bianchi e neri tanto da essere un profondo sostenitore dell’apartheid. Lo stesso avvenne in Rhodesia dove Ian Smith, promotore nel 1964 dell’indipendenza dalla Gran Bretagna e dell’instaurazione di un regime di apartheid, durante la guerra combatté nella Rhodesian Air Force. Abbattuto sull’Appennino, si unì alle formazioni partigiane e con esse compì azioni tra Liguria e Piemonte.

    (Tesfaie Gebremariam)

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    10 Giugno 2020 0 commentI
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