Sahel tra conflitti sociali, cambiamenti climatici e sicurezza

di claudia

Gli ultimi anni sono stati caratterizzati da un intricato labirinto di opinioni e analisi sulla zona Saheliana. Definito talvolta come una “terra di nessuno” e talvolta come il prolifico bordo del deserto, tutti guardano al Sahel con grande interesse. Le rappresentazioni e gli immaginari proiettati su questa particolare zona del mondo lasciano spesso troppo spazio alle interferenze provenienti dalle potenze occidentali, permettendo all’opinione pubblica internazionale di dimenticare che il Sahel resta costituito da una pluralità di Stati indipendenti che curano i propri interessi e condividono problematiche locali.

di Andrea Marco Silvestri

Attualmente sono molte le problematiche che minacciano la stabilità del Sahel: dal terrorismo di matrice jihadista ai numerosi traffici internazionali che, più o meno indisturbati, proseguono senza sosta. Le numerosissime sfaccettature drammatiche per le realtà locali coinvolgono ancora: il landgrabbing cinese, l’estrema povertà, la desertificazione e un cripto-colonialismo quasi dilagante che permea le relazioni bilaterali con le potenze straniere.

In questo contesto, una questione centrale per interpretare realtà complesse e fragili come il “margine del deserto” e per preservare l’equilibrio della tradizione delle società locali è quella della transumanza.

La chiave del problema

L’elemento chiave dell’economia tradizionale saheliana risiede in due principali attività: l’agricoltura e il pastoralismo. Mentre l’agricoltura è un’attività stanziale, ben definita e di facile comprensione per l’occidente, le particolari dinamiche del pastoralismo saheliano ci hanno sempre affascinato con il loro mistero. Col passare del tempo, la situazione non è cambiata.

I peculiari elementi della transumanza nel Sahel sono la chiave che apre le porte di un mondo dalla storia secolare, la base di un equilibrio potente ma fragile. Oggi i pastori dell’area sub-sahariana sono minacciati da diversi elementi inediti nella storia della zona: il terrorismo di matrice jihadista, la progressiva desertificazione e la competizione alimentare proveniente dalle importazioni estere. Questi particolari rischi possono sembrare scollegati tra loro ma, secondo una certa analisi, è facilmente intuibile che non lo siano.

Prendiamo in esempio la società fulana. L’etnia rappresenta il gruppo umano più grande dedito alla transumanza in Africa, un dato da non sottovalutare per diverse ragioni. Non si tratta infatti di una mera curiosità etnografica ma di un elemento di cui prendere nota per l’andamento di dinamiche sociali, migratorie, economiche e securitarie in buona parte della regione.

I pastori transumanti si caratterizzano per una serie di specifici elementi che accomunano i diversi gruppi umani dediti a questa pratica a livello globale quali il bisogno di spostare le mandrie, la scarsità di risorse, il peso commerciale e l’attaccamento agli animali. Per i Fulani in particolare, l’animale è sacro, vale più della vita umana.  

In Africa Occidentale, la società fulana è tradizionalmente connotata a livello simbolico da caratteristiche valide ancora oggi. Il pastore fulano è un simbolo, non solo culturale ma anche economico. Prima dell’attuale assetto globalizzato infatti, i pastori avevano una funzione regolatrice sia a livello ambientale che commerciale. Le grandi città saheliane come Dakar o Bamako dipendevano pesantemente sugli approvvigionamenti di carne proveniente dalle vaste mandrie di bestiame fulano: ancora oggi, capre, zebù e dromedari sono una fonte di energia e denaro irrinunciabile in un contesto in cui la carne e il latte sono culturalmente visti come lussi temporanei.

L’arrivo dei fulani nei grandi mercati cittadini era vissuto come una vera e propria festa in tempi passati. Oggi, nelle aree rurali della zona è ancora così mentre nelle enormi capitali saheliane, ormai influenzate dal mercato globale, la tensione prende il sopravvento. L’economia della carne fulana sta cambiando, le conseguenze sulla sicurezza sono prossime anche se non sempre direttamente osservabili. La domanda di carne proveniente dal mondo transumante è sempre alta ma i prezzi, in continua mutazione, non sono proporzionali allo sforzo dei pastori che operano nelle difficoltà del deserto, nuovi rischi inclusi.

Niger, un nomade fulani e suo figlio (Foto di Luis TATO / FAO / AFP)

Una questione di sicurezza

Oltre alle chiare conseguenze sull’economia locale, già potenzialmente disastrose per la realtà saheliana, vi sono una serie di rischi che spesso passano in secondo piano perché ritenuti non primari: tra questi vi è sicuramente il cambiamento climatico visto come pull-factor per le organizzazioni terroristiche locali e transnazionali.

Attorno al commercio della carne e del latte fulano si diramano una serie di equilibri economici e sociali molto fragili ma estremamente importanti per le comunità saheliane, soprattutto a livello rurale. Mentre nelle città il problema cibo si sta gradualmente attenuando, esso è ancora centrale nelle aree di campagna, luoghi in cui il commercio di bestiame tra i fulani e altri gruppi è cruciale per la sopravvivenza. Se la leva economica, e sociale, che i fulani rappresentano venisse improvvisamente meno osserveremmo intere aree impoverirsi, svuotarsi o insorgere. Qui la sicurezza non è più soltanto alimentare ma diventa una questione comunitaria.

Immaginate di essere un pastore fulano, vivete nel deserto buona parte del vostro anno, per tutta la vita. Il vostro status come persona è connotato dalla grandezza e dal benessere della vostra mandria, formata probabilmente da migliaia di capi di bestiame che dovrete tenere al sicuro nelle difficili condizioni desertiche durante la transumanza. Diventate esperti nel trovare piccole zone fertili in cui nutrire il vostro bestiame, non consumate quasi mai carne perché il pastore conosce il valore dell’animale e la grande fatica che comporta crescerlo fino all’età adulta.

Immaginate ora, dopo questa vita fatta di difficoltà, di iniziare a sentire la terra mancarvi sotto i piedi. Il retaggio economico che era la base della vostra comunità sta improvvisamente venendo meno, il mercato è cambiato e i vostri sforzi non sono più ripagati come meritereste

Il deserto con le sue nuove minacce avanza e, in qualche modo, anche la spinta jihadista inizia a sembrare una possibile risposta ai nuovi scenari, incerti e sempre in mutamento.

Il problema del terrorismo nel Sahel è anche una questione sociale. Una risposta apparentemente logica alle difficoltà di una terra quasi dimenticata a livello internazionale, se non per i numerosi interessi commerciali o di sviluppo, troppo spesso connotato da un approccio top-down.

Il futuro di una zona cruciale e delle sue dinamiche uniche versa in condizioni precarie. Un deserto che avanza di “una Calabria di sabbia all’anno” per citare Aime lascia molti interrogativi aperti. La dinamica jihadista saheliana può essere sconfitta soltanto da un occidente che impari a guardare ai bisogni locali in una nuova ottica. L’interrogativo rimane aperto.

(Andrea Marco Silvestri – Amistades)

Foto di apertura: Luis Tato

FONTI:

  • Aime, De Giorgio, Il grande gioco del Sahel, Bollati Boringhieri, 2021.
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