Nel Sud Kivu, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, sono state rinvenute diverse fosse comuni con oltre 170 cadaveri, dopo il passaggio di forti piogge nella regione teatro degli scontri tra esercito e ribelli dell’M23. La prima fossa, vicino all’ufficio del Programma alimentare mondiale sulla strada per Kavimvira, conteneva 141 corpi; altri 31 cadaveri sono stati trovati a Kiromoni, vicino al confine con il Burundi, secondo il governatore Jean-Jacques Purusi. Il giornalista locale Simeon Isako segnala inoltre altre due fosse, una al cimitero locale e un’altra a Sange.
Al momento, e senza verifiche indipendenti, non è possibile attribuire con certezza le responsabilità, anche se fonti congolesi tendono a indicare l’M23, pur riconoscendo che entrambe le parti in conflitto sono regolarmente accusate di violenze sui civili.
Le scoperte rafforzano l’allarme degli esperti delle Nazioni Unite, che denunciano un’escalation di repressione dell’M23 contro difensori dei diritti umani, giornalisti e attivisti locali. Tra Nord e Sud Kivu si registrano tentati omicidi, rapimenti, torture e violenze sessuali, spesso per intimidire chi documenta abusi e sfratti forzati. Le donne e le persone Lgbt risultano tra i bersagli più colpiti, e negli ultimi mesi diversi attivisti sono stati costretti alla clandestinità. Un rapporto governativo congolese conta oltre 17 mila violazioni dei diritti umani nelle aree di Goma e Bukavu, aumentando la pressione sul governo affinché garantisca protezione ai civili e indagini efficaci sui responsabili.



