RD Congo: dal Kivu, appelli e considerazioni di pace

di Valentina Milani
militari congolesi
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Aiutateci a riportare la pace e a sradicare i gruppi armati. Senza la pace non si può fare nulla. La gente non riesce nemmeno a coltivare la terra, senza pace. Eppure, ci troviamo in una regione a vocazione agricola. Aiutateci a creare le condizioni di una vita serena, in cui le persone siano libere di poter lavorare e provvedere ai propri bisogni e a quelle delle proprie famiglie”. L’appello del vescovo di Goma, monsignor Willy Ngumbi Ngengele, membro dei Missionari d’Africa, Padri Bianchi, raggiunto telefonicamente da AfricaRivista/InfoAfrica, giunge mentre i riflettori della comunità internazionale si sono riaccesi sulla regione congolese del Nord Kivu, al confine con il Rwanda.

Soltanto a poco più di una ventina di chilometri dalla città frontaliera di Goma, nel territorio a cui fa capo la diocesi di mons. Ngumbi, è avvenuto l’agguato nel quale sono rimarsi uccisi, il 22 febbraio, l’ambasciatore italiano Luca Attanasio il carabiniere Vittorio Iacovacci e l’autista congolese Mustapha Milambo. La diocesi di Goma è la stessa che comprende anche il parco dei Virunga, riserva nella quale gruppi ribelli e banditi si sono avventurati sempre di più, negli ultimi anni.

“Se vogliamo davvero lottare contro i gruppi armati attivi nella nostra regione, bisogna concentrarsi seriamente sui problemi di povertà, di disoccupazione dei giovani, poiché sono determinanti”. Un aiuto lo sta dando da tempo la Chiesa, attraverso progetti sociali e socio-educativi come l’assistenza ai bambini orfani, molto numerosi, come il progetto che riguarda l’assistenza alla risoluzione dei problemi fondiari – il possesso della terra è un altro fattore determinante delle tensioni – o ancora, l’assistenza agli ex bambini soldato, che lasciano i gruppi armati, e sono raccolti in centri di transito.

Il vescovo punta i riflettori sullo stato di insicurezza perenne che caratterizza tutto l’est del Congo e che è causato principalmente dai gruppi armati, numerosi, sia all’interno del parco che altrove nella regione. “Sono questi gruppi armati che commettono a volte rapimenti di persone, persone di ogni tipo, persino bambini, per chiedere poi un riscatto. È diventata una pratica corrente ormai, a scopo d’estorsione. Una pratica che ha generato un clima di psicosi tra la popolazione, fino alle porte di Goma. Abbiamo sempre paura quando dobbiamo viaggiare”, confida il vescovo congolese. “Credo che le forze dell’ordine facciano il possibile con i mezzi a disposizione, ma credo anche che siano superate dal grande numero di gruppi armati”.

Gruppi armati resistono, da oltre 25 anni, si dividono e si ricompongono, e hanno preso parte a offensive dirette e hanno anche subito la repressione delle forze armate con il sostegno della Missione dei caschi blu dell’Onu (Monusco), che hanno, in parte aderito a programmi di disarmo e di riconversione, ma che ancora, oggi resistono e continuano ad alimentare un clima di paura. “Sui motivi per cui ancora oggi, dopo molti anni, perdura questa situazione girano molte voci” a cui personalmente il vescovo non dà conferme. Voci su connivenze con le autorità, con militari, voci sul presunto coinvolgimento di soggetti internazionali, ma sulle quali è difficile raccogliere elementi concreti di verifica.

Sul contesto in cui è avvenuto il drammatico episodio di lunedì, in Congo, aggiunge alcune considerazioni anche il salesiano don Piero Gavioli, che per molti anni ha vissuto a Goma e ora si trova a Bukavu. “Nel Nord e Sud-Kivu, ci sono centinaia di persone che sono uccise ogni anno da gruppi armati. Purtroppo non fanno notizia a livello mondiale. Un anno fa, la signora Michelle Bachelet, Alto Commissario ai Diritti dell’uomo, dichiarava che, a causa del clima di violenza, di distruzione e di paura che regna in varie regioni del Congo, circa 5,5 milioni de Congolesi hanno dovuto spostarsi all’interno del Paese, e almeno 922.000 persone sono fuggite verso altri Paesi africani. Speriamo che questo assassinio spinga le autorità a prendere le misure per pacificare la nostra regione e tutto l’Est del Congo”, scrive ad AfricaRivista don Gavioli in una corrispondenza. “In varie regioni, i gruppi armati reclutano i loro combattenti tra i giovani dell’interno, che vivono nella miseria e non hanno prospettive di avvenire. Alcuni anni fa, quando ero al Centro Don Bosco Ngangi di Goma, gli insegnanti avevano cominciato un movimento di sciopero per rivendicazioni salariali. Alcuni ragazzi grandi, che erano stati nei gruppi armati, li hanno minacciati: se non ci fate studiare, ritorniamo nella boscaglia. La pacificazione dell’Est del Congo verrà quando ci saranno condizioni di vita e di sviluppo per tutti. L’ambasciatore Luca Attanasio era molto sensibile a questo aspetto, ed è stato ucciso mentre si recava a visitare opere di soccorso e di sviluppo”.

I salesiani di Don Bosco, a Goma, a Bukavu, a Uvira, accolgono nelle scuole professionali ragazzi vulnerabili che potrebbero essere attirati o recuperati da gruppi armati. “Offriamo loro un mestiere e una prospettiva di avvenire. E’ il nostro contributo alla costruzione della pace all’Est del Congo. In questi giorni molti Congolesi, adulti e giovani, mi hanno presentato le condoglianze come ‘rappresentante del popolo italiano’. Abbiamo pregato insieme per le tre persone uccise e per tutte le altre vittime della violenza nel nostro Paese. E abbiamo rinnovato il nostro impegno perché, attraverso l’educazione dei giovani vulnerabili, il Congo trovi la strada della giustizia e della pace”.

(Céline Camoin)

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