Migranti di ritorno, il caso della diaspora senegalese

di claudia

Un tema ancor poco affrontato è quello della migrazione di ritorno in Senegal. Eppure questa è sempre esistita e ad oggi i casi di ritorno si registrano con maggiore dinamicità e frequenza. “Partire non vuol dire sempre riuscire, restare non significa fallire”. La testimonianza di Karounga Camara, migrante e imprenditore senegalese

di Valentina Geraci – Centro studi AMIStaDeS

I casi di ritorno dei migranti, caratterizzati da tempistiche, obiettivi e risultati tra loro differenti, fanno parte di un mondo complicato e multiforme. Il concetto di migrazione di ritorno veste di certo un’interpretazione versatile tra migrazioni circolari, rimpatrio e ritorno definitivo, sia esso forzato, accompagnato da programmi istituzionali o del tutto volontario.
Il tema del ritorno in Senegal, temporaneo o definitivo, rappresenta spesso la ragione che incoraggia la partenza, accompagna i percorsi migratori e, altrettanto spesso, dà vita ad attività imprenditoriali nel Paese d’origine. Malgrado le migrazioni di ritorno dei senegalesi siano spesso assenti dai grandi discorsi pubblici dedicati alle migrazioni internazionali, esse sono esistite da sempre e oggi i casi di ritorno si registrano con maggiore dinamicità e frequenza.
È il Senegal stesso a ritrarre il migrante come un individuo “circolante” che vive con “un piede dentro e l’altro fuori”, divenendo spesso interprete dello sviluppo senegalese. È oggi difficile affrontare in maniera dettagliata e precisa l’evoluzione della diaspora senegalese con alla mano i dati che interessano i potenziali migranti di ritorno ma per approfondire un tema tanto interessante, ho intervistato Karounga Camara, migrante senegalese di ritorno che, una volta in Senegal, ha avviato un suo progetto imprenditoriale e dato vita alla rete Ndari, punto di riferimento per i migranti di ritorno nella zona di Thiès e non solo.

Karounga Camara, migrante, imprenditore e mental coach. Dal Senegal la scelta di emigrare in Italia per poi rientrare nel tuo Paese. Raccontaci del tuo percorso.

Come tanti senegalesi sono arrivato in Italia spinto dalla curiosità di scoprire il mondo e grazie a mio fratello, già a Milano, che mi ha chiesto di raggiungerlo. Per dirti la verità, rispetto a tante persone qui in Senegal, non ero interessato a raggiungere l’Italia in particolare. In Senegal facevo l’insegnante di matematica e, essendo laureato da anni, avevo già un lavoro. Eppure, la proposta di mio fratello mi ha suscitato un forte interesse e così, con quella mia voglia di scoprire il mondo e di incontrare nuove persone e nuove realtà, ho deciso di partire.
Nel corso dei sette anni in Italia, il Senegal è stata una costante. Non c’è stato un anno in cui, regolarmente, non abbia fatto ritorno a casa. Mi son sempre sentito legato al mio Paese. Anche in Italia posso dire di essere stato abbastanza fortunato. Ho avuto la possibilità di viaggiare regolarmente e di essere supportato dalla presenza di mio fratello, soprattutto nel corso dei primi mesi.
In più, dopo qualche piccolo impiego, ho avuto l’occasione di lavorare la notte come portiere alla residenza universitaria dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Questo mi ha permesso di avere parecchio tempo a disposizione da investire nella mia formazione e così, durante il giorno, mi dedicavo a studi su altre tematiche e altri settori, oltre la matematica. Ho ad esempio studiato marketing e comunicazione e ho poi voluto approfondire quel che oggi mi ha permesso di diventare coach.

Da dove nasce allora il desiderio di rientrare in Senegal? Quali sono le difficoltà che hai dovuto affrontare?
L’idea del ritorno c’è sempre stata. È la decisione a fare questo passo a esser molto più difficile.
Nel mio caso, la decisione è arrivata in un momento parecchio triste. Dopo la morte di mia madre, il dolore di non poter partecipare al suo funerale mi ha segnato. Quando hanno chiamato per comunicarmi la sua morte, ho sentito il mondo crollare addosso. Ero molto legato a mia madre e in quella notte di dolore ho deciso di rientrare in Senegal. Ricordo di aver passato quel giorno tra lacrime e tentativi di affrontare queste emozioni e, così, mentre ero davanti allo schermo del mio pc, ho letto una citazione del fondatore del giornale francese Le Monde: “La ricerca dei mezzi per vivere non può togliere le ragioni per chi vive”. Queste parole mi hanno fatto riflettere molto. Ho preso coscienza in quel momento che l’Italia era per me un mezzo per vivere, a cui devo molto, ma le ragioni per cui vivo erano in Senegal.
Partire è però più facile che tornare. Tornare compromette le aspettative della famiglia, di chi investe nel tuo viaggio e, alle volte, mette in discussione anche te stesso. C’è una forte pressione sociale per un migrante e questa spesso ti porta a restare o a procrastinare le tue decisioni.
Nel mio caso, quando ho deciso di rientrare, ne ho parlato veramente con pochissime persone in famiglia. Una volta in Senegal, tanti credevano che quel soggiorno fosse uno dei miei viaggi temporanei e quando, pian piano ho condiviso la mia scelta, non tutti erano d’accordo. Era comunque una mia decisione. Nel corso dei sette anni fuori, l’Italia mi ha dato veramente tanto. Oggi ho molta più esperienza. Ho avuto la possibilità di informarmi, di incontrare tante persone straordinarie e di viaggiare in Europa tra Francia, Spagna e altri Paesi. Tutto questo mi ha permesso di acquisire nuove capacità e portare qualcosa di diverso anche in Senegal.

In Senegal hai fondato un’azienda agroalimentare prima e una società di formazione e consulenza poi. Me ne vuoi parlare?
Ho creato prima un’azienda agroalimentare a Thiès, a circa 70 km dalla capitale Dakar, e poi ho iniziato a fare consulenza come coach qui in Senegal.
L’azienda agroalimentare si chiama Senìta Food, nome che vuole riprendere il legame tra Senegal e Italia. Con questa azienda, in qualità di ex residenti in Europa e in particolare in Italia, abbiamo voluto mettere a fuoco le nostre esperienze professionali acquisite all’estero grazie a un’attività innovativa e dinamica nel commercio, nell’importazione e nella prestazione di servizi per il mercato alimentare in Senegal.

Purtroppo, dopo due anni a contatto con la pandemia, il 90% delle attività dei nostri clienti erano chiuse e abbiamo dovuto necessariamente interrompere il nostro lavoro. Adesso stiamo piano piano riprendendo e rispondendo alla domanda. Tra i primi passi, sicuramente un investimento per le macchine dell’azienda.
Al contrario, con le attività di coaching e consulenza, le iniziative e gli incontri non si sono arrestati. Ho lavorato e lavoro tutt’ora tanto in Senegal quanto all’estero, rivolgendomi a piccole e medie aziende, ong, agenzie dello Stato senegalese, enti e migranti di ritorno. Con le aziende mi occupo principalmente della formazione del personale, con i senegalesi della diaspora che vogliono tornare mi dedico a stilare con loro i rispettivi business plan e, più volte, ho collaborato con l’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo con la quale abbiamo un progetto per formare la diaspora che vuole tornare in Senegal. I problemi più grandi oggi sono la formazione, l’informazione e l’orientamento ed è su questo che continuo a lavorare per far capire quanto e cosa il Senegal può offrire.

Tra le novità, grazie a una convenzione con l’università LUISS a Roma, ci occuperemo insieme di reclutamento di studenti senegalesi che vogliono investire nei loro studi e continuare la loro formazione in Italia. Sono convinto, dopo anni nel Paese, che l’Italia abbia parecchio da offrire anche da un punto di vista culturale e formativo per i più giovani e, per questo, voglio puntare alla formazione dei giovani senegalesi in un contesto tanto ricco che possa farci guardare alla migrazione senegalese non solo da un punto di vista economico, e quindi lavorativo, quanto anche di investimento su sé stessi e sul proprio bagaglio formativo-culturale.

Una volta in Senegal, le difficoltà per un migrante che rientra sono tante: reinserimento in un contesto socio-economico “nuovo”, aspettative familiari e fattori anche più introspettivi. Da qui la tua scelta di fondare la rete Ndari, che riunisce migranti senegalesi di ritorno e potenziali migranti di ritorno. È ancora attiva? Come vi state muovendo?

La rete Ndari è molto attiva, anzi molto più attiva rispetto ai primi anni nonostante oggi siamo in meno persone. Vantiamo alcuni partenariati e abbiamo in programma iniziative con la diaspora. Inizialmente contavamo circa 250 membri, oggi siamo di meno ma più consapevoli e con molte più esperienze. La riduzione dei membri, a mio parere, è frutto di due motivi: la pandemia, sicuramente, ma anche e soprattutto la convinzione iniziale di tanti, che vedevano nella rete Ndari uno spazio dove trovare un’opportunità per loro.
Quello che invece ho voluto creare con questo spazio non era un gruppo o un’associazione. Il mio obiettivo era la condivisione di una filosofia comune, che fornisse a tutti i membri la consapevolezza che se si vuole fare qualcosa, dobbiamo dare prima di ricevere così che tutti possiamo trarne realmente beneficio per noi, per gli altri e per il Senegal stesso.

Voglio adesso riprendere il tuo libro Osare il Ritorno, scritto ormai qualche anno fa (2018) e di cui la mia collega scrisse qui. A distanza di quattro anni, come pensi il tema della migrazione interessi i cittadini? Ci sono stati passi avanti nella comprensione del fenomeno?

Voglio partire dal titolo del mio libro, Osare il ritorno. Le parole non sono scelte a caso. Osare vuol dire affrontare una paura. La paura è un’emozione normale, è naturale e c’è sempre. Quando vuoi riuscire in qualcosa, devi essere più forte delle tue paure. Più forte della paura di fallire.
Oggi, a distanza di anni dalla pubblicazione del mio libro, credo che sicuramente sia cambiata qualcosa. Le persone sono forse più consapevoli. Viaggiando molto, ho visto tanti ragazzi che non vogliono partire, che hanno deciso di restare in Senegal e vogliono veramente cambiare le cose qui e fare per loro e per il loro Paese.
Quel che mi sento di dire è che oggi è sempre più necessario avere un piano e guardare le cose dal punto di vista africano. Noi abbiamo ancora tanta falsa informazione. Tanti giovani si confrontano con informazioni stereotipate, a volte idilliache.

Negli ultimi anni, con la ong italiana Link2007, siamo stati in tante città in Senegal e incontrato parecchi giovani con i quali abbiamo organizzato giornate di sensibilizzazione sul tema della migrazione e della migrazione irregolare, confrontandoci con le loro convinzioni e i loro obiettivi.
In dialoghi diretti tra noi -ex migranti -e loro- futuri potenziali migranti- abbiamo voluto far emergere come, avendo conosciuto la migrazione e quel che c’è oltreoceano, possiamo condividere con loro messaggi specifici. L’idea condivisa non è mai stata “Non dovete partire”. Non è quello; ma emigrare non vuol dire riuscire per forza e rimanere non vuol dire fallire necessariamente. Tanti sono partiti e non ci sono riusciti, tanti sono rimasti qui e non sono falliti. Come in ogni cosa, devi fare una scelta. È una scelta di vita e bisogna essere consapevoli.

Quali consigli ti senti oggi di dare ai tuoi connazionali in Senegal e alla diaspora senegalese in Italia?
La mia filosofia è questa: se devi partire, devi avere un progetto di vita. È fondamentale partire con un obiettivo. Se i giornali ti informano male e se tanti senegalesi ti fanno credere che viaggiare irregolarmente sia possibile, il problema rimane. A volte accade che chi viaggia in maniera irregolare e raggiunge l’Italia, dopo aver ottenuto il permesso di soggiorno, ritorna in Senegal e racconta solo una parte della sua storia. Questo per molti diventa un esempio ma è pericoloso perché non tutti quelli che prendono il mare riescono a realizzarsi, e soprattutto ad arrivare in Europa. Questo è il peggior esempio che chi è in Senegal e vuole partire può avere.

Noi vogliamo dare un’informazione diversa e contrastare la migrazione irregolare facendo emergere sempre più quanto sia pericoloso passare per il deserto, arrivare in Libia, attraversare il mare su un gommone. Spesso chi parte in questo modo pensa di non avere un’alternativa e vede l’Europa come la soluzione. La situazione non è così. Emigrare è un diritto di tutti e tutti dobbiamo muoverci liberamente. Ognuno ha la possibilità di scegliere dove vuole vivere la propria vita e questa scelta è personale ma, ripeto, deve essere consapevole.

Sono convinto che l’Africa offra tante opportunità, forse anche più dell’Europa. Non sarà un pensiero comune ma devi sognare. Il problema dell’Africa è che l’Africa non sogna per sé stessa. L’Africa sogna per l’Occidente, noi sogniamo per l’Europa. Questo non va bene.
Dobbiamo sognare anche per noi. Io ho sempre sognato come africano, e non come europeo. Ho sognato di avere, fare e vedere nel mio Paese delle cose grandi e contribuire attivamente, come dall’altra parte del mondo.

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