#MenEndFGM, dal Kenya il grido degli uomini

di Celine Camoin
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Il suo nome è ormai indissociabile dall’hashtag #MenEndFGM, parola d’ordine della campagna di sensibilizzazione per un ruolo attivo degli uomini nella lotta alle mutilazioni genitali femminili (Fgm/Mgf se si usa l’acronimo italiano). Sono quasi cinque anni che il keniano Tony Mwebia, fondatore del movimento «gli uomini fermino le Mgf», ha fatto di questo messaggio una vera e propria missione: la difesa dei diritti e delle vite di tante ragazze e giovani donne ancora sottomesse a una pratica che rappresenta una grave violazione dei diritti umani, oltre che una manifestazione della disuguaglianza di genere e di discriminazione sociale.

Dopo anni di volontariato e di collaborazioni con Ong ed enti governativi attivi nel sociale, per la protezione dell’infanzia e la parità di genere, Mwebia ha fondato il movimento MenEndFGM, con l’obiettivo di coinvolgere un massimo di uomini e di ragazzi nella lotta alle mutilazioni genitali, al matrimonio delle bambine e a pratiche culturali lesive e pericolose.

«Non coinvolgere gli uomini nella battaglia contro le Fgm è come avere a che fare a un medico che tratta i sintomi ma ignora la malattia» dice spesso Mwebia nei suoi incontri con leader comunitari, esponenti politici, durante seminari, dibattiti e corsi di formazione ai quali è chiamato a partecipare. Come questo sabato 2 ottobre, nel corso di un webinar organizzato dall’antenna keniana di Students for Liberty.

Rispondendo alle domande di Africa Rivista, Mwebia ha fornito numeri che fanno capire quanto la pratica delle mutilazioni genitali femminili sia ancora molto diffusa in Kenya: sono circa quattro milioni le vittime delle amputazioni (su circa 52 milioni di abitanti), con una prevalenza nei gruppi etnici somalo, samburu e kisi, dove la percentuale di ragazze colpite supera l’80%, mentre tra i masai, si conta il 78% di donne mutilate. A livello nazionale si registra il 21% di donne e ragazze vittime di Fgm, regolarmente praticate in 22 contee, ovvero circa metà del Paese. Il lavoro di sensibilizzazione svolto sui rischi per la salute delle mutilazioni a casa ha portato a uno spostamento verso strutture mediche. «Ma il fatto che il gesto sia compiuto da personale medico, presso una struttura sanitaria, non lo rende più nobile. Non esiste infatti una formazione per questo genere di amputazioni, e il fatto che siano medici a farlo non deve rendere la pratica legale» ha sottolineato l’attivista. La legge federale del Kenya vieta infatti le Fgm, attraverso la Prohibition of Female Genital Mutilation Act, entrata in vigore il 4 ottobre del 2011.

Ma nonostante la legge, la pratica sopravvive. E Mwebia insiste: «Le Fgm non sono un problema delle donne, sono un problema della comunità. Agli uomini, ai quali si dice sin da piccoli che sono i ‘leader’, bisogna insegnare che sono anche ‘decision-makers’, nel senso che hanno il potere di far cambiare le cose e le mentalità, in maniera positiva». Per cambiare gli usi sociali, occorre una massa critica di persone convinte che tale cambiamento debba accadere.

Per il suo impegno, Tony Mwebia ha già ricevuto diversi premi e onorificenze. Il 1° ottobre 2019 è stato nominato Eroe Nazionale dalla Presidenza della Repubblica.  Un mese prima, aveva ricevuto il Break The Silence Award della fondazione statunitense There Is No Limit.

(Céline Camoin)

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