Lesotho, produttori di mohair contro i cinesi

di Enrico Casale
mohair del lesotho

La Cina non è un Paese amico. La sua cooperazione significa sfruttamento e povertà. È quanto hanno urlato a gran voce, in una storica manifestazione di protesta contro Pechino, i produttori di mohair (vello della capra d”Angora) del Lesotho. I contadini e allevatori sono scesi in piazza a  Maseru, la capitale del piccolo Stato nell’Africa australe, per protestare contro le leggi che li costringono a vendere i loro prodotti a un broker cinese. Hanno accusato il broker di non averli pagati per la lana e per il mohair – una delle principali esportazioni agricole del piccolo regno montano – che gli hanno venduto negli ultimi mesi.

Diversi membri del governo, così come la maggior parte dei partiti di opposizione e il fratello del re, si sono uniti alla marcia. Una marcia rumorosa e pittoresca accompagnata dal suono dei campanacci, da fischi, canzoni e discorsi infuocati. La rivolta ha un valore storico. È una prima, dura presa di posizione contro la Cina e gli operatori economici cinesi. «Non venderemo la nostra lana e il mohair ai cinesi, preferiremmo bruciarlo», ha detto Mokoenihi Thinyane, presidente della National Wool and Mohair Growers Association, ai manifestanti.

Il governo ha cercato di correre ai ripari. Giovedì ha sospeso per tre mesi l’accordo di monopolio e ha consentito agli agricoltori di vendere la lana a livello internazionale. Ma i contadini vogliono di più, pretendono che la legge che ha imposto il monopolio sia definitivamente abrogata.

La disputa rischia di incendiare il piccolo Paese. «Combatteremo questa guerra con mezzi legali e, se non vinceremo, ricorreremo ad altri mezzi», ha dichiarato all’Afp il portavoce dei partiti dell’opposizione Selibe Mochoboroane.

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