Legge su restituzione delle opere d’arte all’Africa: il dibattito

di Luciana De Michele
Arte africana
Tempo di lettura stimato: 4 minuti

In Francia il disegno di legge riapre le discussioni circa la legittimità della restituzione a diversi Paesi del continente africano dei propri tesori d’arte conservati nei musei francesi. Sarebbero diverse decine di migliaia le opere saccheggiate in epoca coloniale: un passo verso la decolonizzazione culturale?

Parigi si è avviata sulla strada della restituzione delle opere d’arte sottratte all’Africa. Il disegno di legge, a tale proposito, è in discussione all’Assemblée National. Ma, ormai, non si torna più indietro e le promesse vanno onorate. Il presidente francese, Emmanuelle Macron, lo ha promesso in uno dei suoi primi viaggi in Africa. In un discorso tenuto nella capitale del Burkina Faso, Ouagadougou, nel 2017, aveva solennemente promesso di risolvere il contenzioso della restituzione delle opere d’arte sottratte dai coloni a molti Paesi africani, saccheggi veri e propri. Opere d’arte finite nei musei d’oltralpe. «La gioventù africana – diceva Macron –  deve avere accesso al proprio patrimonio in Africa e non più soltanto in Europa».  Ma Macron si è spinto più in là: «Anche se qualcuno pensa che non sia la cosa più importante, nell’immaginario delle persone, riappropriarsi del proprio patrimonio, penso sia qualcosa d’importante. Ed è anche, nella relazione con il continente africano, la dimostrazione di una volontà di ritornare ad un rapporto più equilibrato».

Parigi si è avviata sulla via della riconciliazione con i popoli che sono stati soggiogati dal colonialismo? Forse, ma non del tutto. Certo c’è anche questo spirito ma, soprattutto, c’è il desiderio di iniziare un nuovo legame tra Francia e Africa. Le parole, poi, lasciano sempre un po’ di dubbi. La riconciliazione, probabilmente molto doverosa, in questi tempi di rinascita di uno spirito di “decolonizzazione” culturale da parte di molti Paesi africani francofoni, la si chiama in altro modo; ma la sostanza, poi, è quella di liberarsi di un fardello e di un retaggio che pesa ancora sulle coscienze di molti francesi. Ecco dunque che il ministro della Cultura, Roselyne Bachelot dice con molta chiarezza: «Non si tratta di un atto di pentimento o di riparazione, ma di un nuovo capitolo (appunto, nda) del legame culturale tra Francia e Africa». E’ in corso il dibattito in Parlamento per autorizzare la restituzione di opere al Senegal e al Benin. Parigi, dunque, dovrebbe restituire  al Benin ventisei opere (soprattutto sculture) provenienti dal saccheggio del palazzo di Abomey nel 1982, e in Senegal dovrebbe far ritorno una spada che apparteneva a El Hadj Omar Tall, figura militare e religiosa di spicco dell’Africa Occidentale dell’Ottocento.

I popoli africani dovrebbero esultare? In parte si. Ma c’è, come il presidente del Benin, Patrice Talon, che si dice “insoddisfatto” del disegno di legge sulla restituzione di quelle 26 opere. In un’intervista a Jeune Afrique, Talon ha auspicato una trattativa più generale, riconoscendo che “piccoli passi” sono stati fatti, ma bisogna proseguire nel cammino. Leggera insoddisfazione. I timori maggiori, le paure e le preoccupazioni su dove finiranno queste opere e che livello di protezione avranno, vista l’instabilità cronica di molti Paesi africani, arriva proprio dalla Francia. I conservatori dei musei francesi temono che una buona parte delle collezione possa scomparire dalle loro teche. Non è un problema da poco, visto che, secondo stime recenti, nei musei francesi sono conservate più di 90mila opere d’arte africane. E poi, altro problema non da poco, il progetto di legge in discussione all’Assemblée Nationale apre un varco, una breccia pericolosa – secondo i detrattori – nel carattere inalienabile delle collezioni conservate in Francia. In molti temono che l’inalienabilità muoia con questa legge. Adesso si restituiscono opere al Senegal e al Benin e come potranno, ora, le autorità francesi dire no ad altri Paesi? Dovranno essere vinte molte resistenze, non c’è dubbio. Ma se riconciliazione deve esserci, o meglio un nuovo rapporto culturale tra Francia e Africa, questo passo sembra necessario. Che si stia andando verso una decolonizzazione culturale – molte parti della società civile e di intellettuali africani lo auspicano – lo vedremo nei prossimi anni. Va detto con chiarezza, tuttavia, che questo passo “decolonizzatore” è necessario proprio per il bene dei popoli africani e anche per i francesi. Non è scontato come può apparire, anche se Macron ha definito la colonizzazione come “un crimine contro l’umanità”, aggiungendo che «la colonizzazione fa parte della storia francese. È un crimine, un crimine contro l’umanità, una vera barbarie. E fa parte di quel passato che tutti noi dobbiamo guardare in faccia, presentando le nostre scuse nei confronti di quelle e quelli contro i quali abbiamo commesso questi gesti». Ma la strada è ancora lunga.

Nelle disputa sulle opere d’arte da restituire, il museo parigino che ne soffrirà di più sarà certamente il Musée du quai Branly-Jacques Chirac, che si trova sull’omonimo Quai e all’ombra della Tour Eiffel. Le 26 opere che verranno restituite al Benin appartengono proprio a quel museo.  Il Mesée du quai Branly, però, non rientra nei circuiti turistici di Parigi. Chi si affaccia per la prima volta alla Ville-Lumière non lo visita, ma nemmeno nei viaggi successivi. E’ un museo spesso ignorato eppure ha una delle collezioni più importanti di arte africana di varie epoche: mille opere, provenienti da vari musei, che sono state messe sotto lo stesso tetto nel 2016 – anno di nascita del Quai Branly – per volontà di Jacques Chirac . Il nome del museo in realtà è Musée des Arts premiers ou des arts et civilisations d’Afrique, d’Asie, d’Océanie et des Amériques (Museo delle arti primitive o delle arti e civiltà d’Africa, Asia, Oceania e Americhe) perché vi si trovano settantamila opere d’arte provenienti da tutto il mondo, per lo più entrate a far parte del patrimonio museale francese tra il 1885 e il 1960, durante la colonizzazione.

Dall’arte dogon del Mali ai tesori del Benin, dalle pitture cristiane dell’Etiopia all’oggettistica proveniente dal Congo e dal Gabon, sono numerosi i capolavori dell’arte africana presenti nel museo che, sin dalla sua nascita, è stato al centro di forti polemiche. La domanda sempre la stessa: qual è la differenza tra arte e cultura o perché definire l’arte non occidentale come arte primitiva? Ma ciò che conta di più è che l’inestimabile patrimonio conservato al Quai Branly è frutto dell’epoca coloniale. Le opere sono state sottratte attraverso veri e propri saccheggi. Nessun dono. E’ legittimo che rimangano a Parigi? E’ un bel dilemma. E poi c’è chi, per difendere il patrimonio museale, si appella alla retorica del dove finiranno quelle opere. Saranno i musei africani, laddove ci sono, capaci di valorizzare le opere e custodirle come conviene? Insomma, la diffidenza è alta ed è il segno che la decolonizzazione culturale non è ancora incominciata.

Il museo rischia lo svuotamento? E’ una domanda che angoscia i parigini, poco gli africani.

(Angelo Ravasi)

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