L’autunno caldo dell’Africa | editoriale Africa n°5-2020

di Diego Fiore
Covid Africa
Tempo di lettura stimato: 2 minuti

Ci attende un autunno caldo, con prevedibili tensioni sociali acuite dall’onda lunga della pandemia. Gli effetti
collaterali del coronavirus sull’economia globale stanno già facendosi sentire. E il peggio deve ancora
venire. In Africa, al momento in cui andiamo in stampa, i casi di contagio sono circa un milione e i morti
accertati attorno ai 20.000 (su una popolazione di un miliardo e trecento milioni). È probabile che siano numeri largamente sottostimati – come ovunque nel mondo. Ma siamo ben lontani dalle previsioni catastrofiche dell’Oms. La giovane età della popolazione ha finora limitato il tasso di mortalità e il basso indice di mobilità ha contribuito a frenare i contagi. Il resto lo hanno fatto i governi africani che, benché poveri di risorse, nel loro complesso hanno saputo reagire prontamente (meglio di tante nazioni occidentali), mettendo in campo le misure più opportune per affrontare l’emergenza sanitaria. Non sappiamo al momento se tutto ciò basterà a scongiurare il peggio. Preoccupa la situazione in Sudafrica, il Paese africano più colpito dalla pandemia, con oltre 8.000 vittime ufficiali, dove il picco della pandemia è atteso nelle prossime settimane. Preoccupa, più in generale, il prezzo altissimo che l’Africa dovrà pagare sul piano economico
e sociale per le conseguenze del coronavirus. Lo scorso anno, il pil continentale era cresciuto del 2,4%, quest’anno la Banca mondiale stima un crollo del 4,5%. Per la prima volta negli ultimi venticinque anni il continente africano si troverà in recessione. Il tracollo dei prezzi di minerali e idrocarburi sta prosciugando le risorse di nazioni che dipendono dall’export delle commodities. L’incertezza sta tenendo lontano turisti e investitori.

La crisi in Occidente e Cina sta provocando una caduta rovinosa delle rimesse delle diaspore (che valgono più
degli aiuti allo sviluppo) e una riduzione globale dei consumi che colpisce le esportazioni dei prodotti agricoli. Milioni di posti di lavoro sono a rischio. In molti Paesi hanno ripreso a galoppare inflazione e debito. Crescono fame e rabbia. I leader africani sanno di dover correre ai ripari per tentare di disinnescare la bomba
sociale. Per farlo devono ripensare un nuovo modello di sviluppo, non più basato sulla svendita delle ricchezze naturali. E chissà se gli sarà consentito di farlo dalle potenze mondiali egemoni, che finora hanno saccheggiato quelle risorse e che oggi sono tutte impegnate a salvare sé stesse. Oggi l’80% della popolazione africana lavora nel settore informale, il settore manifatturiero vale solo il 10% del pil, i flussi commerciali intracontinentali sono i più bassi al mondo. L’agricoltura (che impiega il maggior numero di forza lavoro) è scandalosamente poco sviluppata, al punto da rendere dipendente dalle importazioni alimentari un continente che dispone del 30% delle terre fertili non ancora sfruttate al mondo. Serve accelerare il processo di integrazione economica per creare un mercato comune africano, favorire la creazione di industrie per la trasformazione delle materie prime, canalizzare gli investimenti in educazione e infrastrutture. Fornire opportunità concrete ai figli dell’Africa, quell’infinità di giovani assetati di riscatto che lo scrittore nigeriano Wole Soyinka ha definito «la più straordinaria fonte di energia non ancora valorizzata nel mondo».

(Marco Trovato, Direttore editoriale)

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