L’agricoltura africana, sempre più urbana sempre più creativa

di Diego Fiore
Tempo di lettura stimato: 3 minuti

Dai programmi di sviluppo fino alle riviste patinate di tendenza, dalle periferie di Kinshasa agli attici borghesi di mezza Europa, il decennio appena concluso è stato segnato dal mito dell’agricoltura urbana. Una pratica green e sostenibile che si è diffusa rapidamente a tutte le latitudini e che in molti hanno indicato come possibile soluzione al problema della sicurezza alimentare nel continente africano. Eppure nelle città africane, in cui si è abituati da sempre a sfruttare al massimo gli spazi liberi o inutilizzati e a diversificare il più possibile le fonti di reddito o di approvvigionamento alimentare, questa attività non è certo nuova.

I pionieri dell’agricoltura urbana

A Bamako le rive del Niger sono diligentemente coltivate anche a pochi metri dal palazzo presidenziale, a Freetown si utilizzano le aree libere ai margini dei cimiteri mentre i bas-fonds di Yaoundè, strette valli che sembrano convergere verso il centro, sono da sempre un luogo ideale per l’agricoltura e riforniscono di ortaggi le venditrici informali di molti mercati della città. Città che crescono vertiginosamente hanno bisogno di quantità di cibo sempre maggiori e l’approvvigionamento alimentare è una sfida notevole, con pesanti implicazioni su infrastrutture, ambiente e potere di acquisto delle famiglie. Proprio grazie alla domanda incessante di cibo a prezzi contenuti l’agricoltura urbana non conosce crisi e solo in piccolissima parte è utile alla sussistenza delle famiglie di coltivatori. In alcuni quartieri periferici di Kampala le famiglie che praticano una qualche forma di coltivazione raggiungono addirittura il 90% mentre a Dar es Salaam l’agricoltura urbana è la seconda industria della città per numero di occupati e copre il 60% dell’economia informale. Si calcola che nei mercati di Nairobi, ad esempio, quasi la metà delle verdure a foglia in vendita siano state coltivate all’interno dei confini della città; trattandosi di alimenti alla base della dieta locale parliamo di tonnellate quotidiane di prodotti vegetali. Un discorso simile vale per l’allevamento: oltre agli onnipresenti polli le città africane ospitano quantità impressionanti di animali utili per la produzione di latte o carne. Ovini soprattutto, come nelle viuzze secondarie di Nouakchott in cui le auto sono costrette a schivare piccoli gruppi di capre lasciate libere o legate alle inferriate delle finestre, o come a Gondar (vedi foto di copertina), in Etiopia, dove intere greggi occupano spesso le strade principali intorno alla piazza centrale. Scene che fanno parte del quotidiano e che non di rado vedono protagonisti anche grossi bovini o addirittura suini, come nello slum di Kroo Bay, una grande area paludosa densamente popolata a pochi metri dal centro di Freetown in cui enormi maiali pascolano liberi fra i rifiuti.

Il cemento da scansare

I principali luoghi di produzione agricola sono ovviamente nelle prime periferie e nelle aree periurbane, dove gli spazi ancora liberi permettono coltivazioni più estensive, ma la vertiginosa crescita delle città divora terreni fertili a ritmi spaventosi, allontanando sempre di più orti e campi dai centri urbani. Succede quindi che anche nelle aree più densamente popolate come i quartieri informali in cui non esiste lo spazio fisico per coltivare non sia raro trovare forme alternative e interessantissime di agricoltura urbana, con soluzioni creative per massimizzare lo sfruttamento di interstizi liberi o valorizzando oggetti di recupero come recipienti e vasi. Un’organizzazione di Durban, la “Green camp gallery”, raccoglie e riproduce da anni queste pratiche estremamente creative per ottimizzarle, diffonderle e raccontarne anche il semplice ma profondo valore estetico. Pratiche, idee e soluzioni che interessano l’intero continente e che affondano le loro radici nel tempo, nonostante la passata avversione da parte delle autorità locali: fino a pochi anni fa infatti l’agricoltura era considerata “inadatta” alle città in un’ottica ancora coloniale di separazione rigida delle attività; oggi invece le normative più recenti permettono o addirittura promuovono la coltivazione in determinate aree. L’agricoltura urbana nel continente africano non è quindi né una novità né tanto meno una tendenza ma una pratica collettiva ben radicata in grado di muovere risorse consistenti e di caratterizzare fortemente i sistemi socioeconomici e paesaggistici delle città.

(Federico Monica, autore dell’articolo, sarà relatore del seminario, organizzato dalla rivista Africa, “L’Africa delle città”. Per info e prenotazioni, clicca qui)

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