L’Africa degli anni ’60 vista dall’Italia

di Marco Trovato
Tempo di lettura stimato: 3 minuti

Continua la nostra rievocazione della stagione delle indipendenze africane. La politica italiana negli anni Sessanta guarda all’Africa con un nuovo sguardo. La Democrazia Cristiana e il Partito Comunista incaricano due loro uomini di sviluppare le relazioni con il continente: Mario Pedini per la Dc e Velio Spano per il Pci. Entrambi conoscono bene l’Africa e le sue lotte per la libertà. Pur schierati su fronti politici opposti, hanno una visione in comune: la necessità di rinsaldare e rinnovare i rapporti tra l’Africa e l’Europa, superando le ferite coloniali

di Mario Giro

L’Africa del 1960 interessò la politica italiana, soprattutto quella dei partiti più grandi. Prima di vedere arrivare i socialisti sulla Somalia, i primi a reagire furono la Dc e il Pci, ma non in maniera strutturata. Fu soprattutto la scelta di alcune personalità legate per storia o per scelte personali al continente nero che diventava indipendente. Per la Dc certamente il più coinvolto fu Mario Pedini, che compì varie missioni da parlamentare sia nazionale sia europeo e ovviamente anche da sottosegretario di Stato. Pedini fu anche ministro della Pubblica istruzione e dei Beni culturali. Dal canto suo il Pci puntò su Velio Spano, inviato da Togliatti a Tunisi già prima della guerra per rafforzare l’attività antifascista. Spano aveva partecipato alla guerra di Spagna e poi fu anche parlamentare del Pci dalla Costituente alle prime 4 legislature.

L’«africanesimo» di Velio Spano

Entrambi questi uomini politici conobbero bene l’Africa e le sue lotte per la libertà; furono in contatto coi i suoi leader prima e dopo le indipendenze, e ne scrissero. Nel suo Risorgimento africano del 1960, Spano racconta un’Africa rivoluzionaria in linea con l’ideologia del blocco sovietico, che vedeva nella lotta contro il colonialismo la battaglia per il socialismo internazionale. È una visione appassionata anche se – come la storia ha dimostrato – parziale e partigiana. Spano si interroga su quello che lui chiama «l’africanesimo», una sorta di nascente patriottismo africano che fa da sottofondo alla rivolta africana, accanto all’etnicismo tribale che secondo l’autore non avrebbe futuro. A quale patria gli africani potrebbero rivolgersi? Quella coloniale appare artificiale; quella tribale è limitata, quella africanista rischia di essere «priva di consistenza politica»… si domanda Spano. Il punto d’incontro secondo lui è «l’africanesimo inteso come rivalutazione di una cultura originaria e come solidarietà di popolazioni oppresse». Quindi Spano va oltre la mera ricetta del socialismo e riflette sullo specifico ”africano” del continente nero, inclusa quella «negrità» (négritude) intesa come «sforzo efficiente di rivalutazione dei valori morali delle popolazioni africane».

Mario Pedini onnipresente

Mentre Spano riflette sulle idee e cerca di trovare la via che possa liberare l’Africa dall’«imperialismo», Pedini si concentra pragmaticamente sulle persone. I suoi ritratti dei vari leader africani dell’indipendenza sono vividi e interessanti. Nei suoi libri ci parla di quasi tutti i fondatori, da Senghor a Kenyatta, da Houphouët-Boigny a Bongo. Mentre l’interesse di Spano e del Pci si andrà concentrando sempre di più attorno ai movimenti di liberazione armati dell’Africa coloniale portoghese e alla lotta all’apartheid, Pedini e la Dc – in rappresentanza del governo italiano – si focalizzeranno sulle opportunità economiche e di investimento con i nuovi Stati africani. Inoltre Pedini sarà quasi sempre il membro istituzionale italiano presente alle cerimonie di indipendenza.

In tale veste lo troviamo testimone delle due grandi crisi africane degli anni Sessanta: quella del Congo e quella del Biafra. In Congo avrà modo di incontrare i protagonisti di quel turbolento passaggio, senza tuttavia giocare un particolare ruolo politico. Nel conflitto del Biafra invece sarà proprio lui a mediare con il generale Gowon per la liberazione dei tecnici italiani dell’Eni rapiti dai «biafresi», come narra nel suo Africa Anno Dieci. Vi fu inviato dal ministro degli Esteri Nenni e la sua mediazione ebbe successo anche grazie all’aiuto dei presidenti Bongo e Houphouët-Boigny.

Per un nuovo rapporto Africa-Europa

Sia Pedini che Spano furono d’accordo su una cosa: il rapporto preferenziale che l’Africa indipendente può avere con l’Europa; un’Europa naturalmente non più colonialista ma rinnovata. Se per Pedini ciò era quasi un’ovvietà, per Spano non lo era affatto: ci volle ancora del tempo perché il Pci aderisse davvero all’idea dell’integrazione europea. Ma forse per l’Africa si poteva fare un’eccezione, anche se per Spano la “via guineana” (il no a De Gaulle) resta pur sempre la via maestra rispetto alla via ghanese di Nkrumah. La storia si incaricherà di smentirlo.

(Mario Giro)

L’anno dell’Africa

Nel 1960, 17 colonie africane divengono indipendenti: è l’anno che sancisce l’emancipazione politica del continente. A sessant’anni di distanza, pubblichiamo nel nostro sito una memoria sintetica di quegli eventi. Ne è autore Mario Giro, collaboratore della nostra rivista, docente di geopolitica, ex ministro degli esteri, membro della Comunità di Sant’Egidio, per la quale si occupa di Africa e di mediazione dei conflitti. Per leggere le altre puntate del nostro viaggio nella storia delle indipendenze africane, clicca qui

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