La rinascita della Regina

di Diego Fiore
African Queen
Tempo di lettura stimato: 2 minuti

Era un battello piuttosto malconcio già nel film che meritò l’Oscar a Humphrey Bogart. Qualcuno, trent’anni dopo, lo ricupera sui luoghi delle riprese in condizioni ancora peggiori. Altri trent’anni, e l’African Queen si trova riconvertita in imbarcazione per “esplorazioni” originali

Il cinema, si sa, è un formidabile produttore di memorabilia. Costumi di scena, maschere, storyboard… dove vanno a finire una volta che le riprese sono terminate? Certamente una parte è destinata ad arricchire musei dedicati alla settima arte, come quello di Torino, o a impreziosire la Wunderkammer di qualche fortunato collezionista. In altri casi se ne perdono le tracce. C’è un’ulteriore possibilità. Succede a volte che le memorabilia vivano una seconda vita grazie allo spirito di iniziativa di qualche appassionato con lo spiccato senso degli affari.

Il cimelio dimenticato

È il caso del neozelandese Cam McLeay, che qualche tempo fa ha acquistato il battello utilizzato sul set del classico hollywoodiano La regina d’Africa, film di John Huston del 1951 ambientato durante la Prima guerra mondiale, protagonisti Humphrey Bogart (l’interpretazione gli valse l’Oscar) e Katharine Hepburn.

Girato principalmente nell’attuale Repubblica democratica del Congo (allora Congo Belga) e in Uganda (in quegli anni protettorato britannico), la pellicola, ispirata dall’omonimo romanzo dello scrittore inglese Cecil Scott Forester, racconta la rocambolesca storia d’amore fra un rozzo marinaio e una missionaria protestante.

E proprio in Uganda, precisamente a Jinja, città bagnata dal Lago Vittoria, a pochi passi dalle sorgenti del Nilo Bianco, McLeay mette quel battello, La regina d’Africa che dà il titolo al film, a disposizione dei turisti che hanno voglia di godersi una spartana crociera sulle orme dei divi di un tempo. Ma come essere sicuri che l’imbarcazione sia proprio The African Queen? In effetti McLeay non è l’unico a rivendicarne il possesso.

Di sicuro c’è che il malridotto battello è stato ritrovato nel 1984 in pessime condizioni da un ingegnere meccanico originario della Patagonia, Yank Evans, nel Parco nazionale delle Cascate Murchison, il più grande dell’Uganda, dove prestava servizio. Dopo esserselo accaparrato per la simbolica somma di un dollaro e averlo rimesso a nuovo anche grazie all’aiuto di suo figlio Billy, Evans ha quindi venduto l’imbarcazione a McLeay, che ricorda: «Quando lui chiese alla gente del posto cosa fosse, quelli risposero: the African Queen». Ma allora perché in Florida ci sarebbe un’imbarcazione gemella? Il neozelandese non ha dubbi: «È possibile perché, come ha rivelato Katharine Hepburn, per il film furono utilizzati due battelli».

Un luogo da leggenda

Versione dei fatti attendibile o solo verosimile? Poco importa, evidentemente, ai turisti oggi disposti a pagare per salire sull’imbarcazione e godersi i suggestivi panorami che offrono il Lago Vittoria e il Nilo Bianco.

A McLeay, in ogni caso, va il merito di aver trasformato un cimelio in uno strumento per chi intende esplorare uno dei luoghi in assoluto più leggendari dell’intero continente nero. Un territorio peraltro esplorato e raccontato dallo stesso neozelandese (insieme a Garth MacIntyre e Neil McGrigor) in Ascend the Nile, libro di viaggio uscito nel 2009 e inedito in Italia.

(testo di Diego Fiore – foto Anne Ackermann)

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