di Maria Scaffidi
A fronte dell’impennata dei prezzi del greggio, la nuova raffineria di Lekki avvia le forniture ai Paesi della regione, ribaltando il destino della Nigeria da importatore a centro nevralgico della raffinazione
La guerra in Medio Oriente sta avendo ripercussioni in tutto il mondo e l’Africa non è per nulla risparmiata dalle conseguenze economiche, con tassi di inflazione in crescita e un crescente rischio di carenza di fertilizzanti e carburanti. A fronte dei venti di instabilità che stanno mettendo in discussione l’intero sistema energetico globale, la grande raffineria realizzata a Lekki dal magnate nigeriano Aliko Dangote – uomo tra i più ricchi del continente – è entrata nella sua piena operatività e questo ha consentito di avviare le prime esportazioni di greggio raffinato verso altri Paesi africani.
Quello della Nigeria è sempre stato uno dei paradossi presi ad esempio per raccontare più in generale le contraddizioni dell’Africa. Primo produttore di greggio africano, la Nigeria è stata costretta per decenni a importare prodotti raffinati per il suo fabbisogno interno. In altre parole, pur essendo un potenziale hub energetico l’impossibilità di lavorare la materia prima sul posto costringeva a continui esborsi di valuta pesante per far rientrare in modalità raffinata quegli stessi prodotti esportati in forma grezza. Un sistema che si ripete anche lungo altre filiere e che i governi africani stanno provando a ribaltare, spingendo l’acceleratore sulla creazione di valore aggiunto a livello locale.
Anzi, quella della creazione di valore aggiunto è la strada indicata da tutte le istituzioni internazionali come risposta alle grandi sfide che l’Africa ha davanti, in primo luogo l’incremento demografico che sta già portando, anno dopo anno, milioni di giovani a ingrossare le file di chi cerca lavoro.
In Nigeria, secondo quanto comunicato dallo stesso gruppo Dangote, la nuova raffineria ha già venduto dodici carichi per un totale di 456.000 tonnellate di prodotti petroliferi a Paesi della regione: Costa d’avorio, Camerun, Tanzania, Ghana e Togo. Il grosso della produzione (circa il 75%) è invece destinato al mercato interno nigeriano.
L’impianto, situato a est di Lagos, dispone di una capacità di 650.000 barili al giorno che permette di superare il fabbisogno interno della Nigeria, nazione che conta oltre 230 milioni di abitanti. La decisione di accelerare le forniture verso l’estero è legata alle tensioni in Medio oriente che, dal 28 febbraio (giorno dell’attacco di Israele e Stati Uniti contro l’Iran), hanno causato un’impennata dei prezzi del greggio e spinto molte raffinerie europee a razionalizzare le proprie attività, aumentando la domanda verso il polo produttivo nigeriano anche per il carburante d’aviazione.
In Nigeria il prezzo della benzina ha registrato recentemente forti rincari, passando da 830 a oltre 1.300 naira al litro, nonostante l’azienda avesse inizialmente dichiarato di voler dare priorità al mercato domestico per evitare carenze. Tuttavia, l’aumento dei costi del greggio, dei trasporti e delle assicurazioni ha spinto il gruppo a sfruttare le opportunità commerciali offerte dalla crisi internazionale. Prima dell’entrata in funzione di questa raffineria nel 2024, il Paese era costretto a importare la quasi totalità dei carburanti necessari.
Più in generale, la Nigeria ha avviato una serie di riforme strutturali per una migliore gestione del settore petrolifero che rappresenta la fonte primaria di valuta estera per il Paese. Sul piano delle infrastrutture, restano centrali i progetti legati ai gasdotti, come il Trans-sahariano, destinato a trasportare il gas nigeriano verso i mercati europei, e l’ammodernamento delle raffinerie esistenti per rafforzare il ruolo di hub energetico a cui Abuja aspira.



